domenica 28 settembre 2014

TIZIANO SCARPEL PITTORE - ANCHE LUI, COME IL FRATELLO TOMASO, HA SCRITTO UN LIBRO DI POESIE, FILASTROCCHE...

Tiziano Scarpel - Dipinto "San Giorgio" olio 60 x 40
 
L'ISOLA DI SAN GIORGIO
 
Ho sognato,
un'isola silenziosa,
che emergeva
dalla laguna,
con luce maestosa.
Laguna luccicante,
laguna ondeggiante,
come una madre,
culla i suoi figli.
Gondole adagiate,
dalla laguna ninnate,
isola fatata
isola incantata,
a San Giorgio … dedicata.
 
 
 

TIZIANO SCRIVE


Dedicato alla mia famiglia ed a tutti i miei più cari amici:
che queste pagine portino gioia e speranza nei loro cuori....
 
PREFAZIONE DELL’AUTORE

Come ebbe inizio la mia avventura? Beh, è una storia un po’ lunga, iniziata settant’anni fa.
Dovete sapere che un tempo, passata l’infanzia, si andava subito "a bottega", cioè si iniziava ad imparare un mestiere che, quasi sempre, avrebbe finito con l’accompagnare l’interessato per tutta la sua vita.

Anch’io non feci eccezione.
Durante le vacanze estive del lontano 1950, non avevo ancora dieci anni, fui avviato al lavoro presso un mulino.
Un giorno il padrone mi mandò a riparare una cesoia in una vicina officina. Nel riconsegnarmi il pezzo, il titolare mi propose di andare a lavorare da lui. Raccontai il tutto alla mamma e tanto feci ed insistetti finché un giorno lei mi accompagnò in quel laboratorio. Fu categorica e disse al padrone: "Ho sto capital qua chel vol vegner qua a laorar, cosa one da far?".
Tradotto: "Ho questo soldo di cacio che vuole venire qui a lavorare, che cosa ne facciamo?". Il padrone mi guardò e sorrise: "Non importa la grandezza, basta la buona volontà! Ti aspetto domani mattina alle sette!". Il laboratorio aveva due reparti, fabbro e falegname. Mi fu data la possibilità di scegliere e così iniziai da falegname. Terminate le vacanze ripresi la scuola, ma il padrone volle che continuassi a lavorare nel pomeriggio.
In effetti, mi ero proprio affezionato a quell’attività artigianale che mi dava la possibilità di aiutare la famiglia e, nel contempo, la soddisfazione di creare con le mie mani oggetti, mobili, suppellettili.

Terminai la scuola dell’obbligo, sempre studiando e lavorando. L’azienda, nel frattempo, si era ingrandita ed era una tra le più qualificate nella costruzione di autoscontri e giostre. Ormai credevo che la mia strada fosse già tracciata, che il mio avvenire sarebbe proseguito su binari precisi. Non lo sapevo ancora, ma il destino aveva già deciso diversamente. Eh già …

In quella torrida estate del 1957, non ancora sedicenne, come tutte le domeniche pomeriggio andai con gli amici al Piave per fare il bagno e godermi il sole.
Quadro di Tiziano
 

Il giorno dopo avevo una febbre da cavallo e la diagnosi fu: meningite da colpo di sole. Quell’episodio fu l’inizio di un drastico cambio di rotta nella mia vita.

In due anni feci otto mesi di ospedale oltre ad una lunga convalescenza. Dovetti dire addio al lavoro da falegname che amavo tanto!
Il medico ordinò ai miei genitori che dovevo cambiare aria. Ciò che guadagnava mio padre era appena sufficiente per sfamare la famiglia e pertanto non
c’era denaro per un soggiorno in montagna. La povertà, si dice, aguzza l’ingegno ed a furia di pensare … mi venne un’idea!
Tiziano e suo Padre
 
 
L'azienda del Cav. Giovanni, come ogni anno, offriva una gita a Cortina d'Ampezzo a tutti i suoi dipendenti. Pur non facendone parte, esposi il mio problema al titolare, gli dissi che da quel viaggio speravo di ritornare con un posto di lavoro in montagna per poter lavorare e, nello stesso tempo, curarmi. Ed egli mi permise di partecipare.

Una domenica mattina partii per le Dolomiti con la speranza nel cuore. Al ritorno, durante una sosta a San Vito di Cadore, venni a sapere che l'Albergo al Pelmo cercava un ragazzo tuttofare per la stagione estiva.
Il titolare, che si chiamava Tiziano come me, mi prese in simpatia ed in pochi minuti ci accordammo. Ai primi di luglio iniziai la mia prima avventura lontano da casa. Il lavoro consisteva nell’andare a prendere il latte al mattino, accompagnare i clienti nelle loro stanze, fare il fattorino, accudire l'orto, aiutare in cucina ed altri servizi.

Mentre lavoravo, osservavo i camerieri: ai miei occhi la loro divisa aveva un fascino particolare, di prestigio. Sognavo di poterla anch’io indossare un giorno …, pensavo che le loro mansioni non fossero poi molto faticose. A fine stagione chiesi al titolare di essere assunto con quella qualifica. La sua risposta fu positiva, a patto che avessi imparato bene il mestiere prima della stagione invernale.

Feci ritorno a casa felice: avevo trascorso due mesi in montagna, il mio fisico ne aveva beneficiato, avevo guadagnato qualcosa ed, in prospettiva, c’era la speranza di un’occupazione per l’inverno successivo.

Dimenticai il lavoro da falegname, mi misi subito a disposizione di bar e ristoranti e finalmente venni assunto al Leon d’Oro di Pieve di Soligo, proprio nel periodo in cui si svolgeva la manifestazione dello spiedo gigante, conosciuta ancora oggi in tutto il Veneto. Quell'invitante spiedo attirava migliaia di persone ed anche il Leon d’Oro, quel giorno, era pieno di avventori …

Ed ebbi la gradita sorpresa di dover servire proprio il signor Tiziano il quale, constatando di persona che ero pronto per il nuovo lavoro, mantenne la promessa e mi assunse. Per ben tre stagioni resistetti a lavorare nel suo
locale montano. Sì, è proprio vero: resistetti!
Non mi ci era voluto molto, infatti, per capire che la professione del cameriere non era poi il lavoro facile che supponevo e per il quale, in verità, non mi sentivo più molto adatto e portato. Fu cosi che, a metà gennaio 1962, abbandonai quella professione che con tanto entusiasmo giovanile avevo intrapreso e mi trasferii a Milano dove venni assunto come aiuto carpentiere.

Si dice che "il primo amore non si scorda mai". Dopo soli due anni, feci infatti ritorno al paesello per riprendere il lavoro di falegname che, a causa della malattia, avevo dovuto lasciare.

Il resto della mia storia lo scoprirete leggendo questo libro ed osservando le illustrazioni di alcuni miei quadri. Già, alla mia non più verde età, oltre che dilettarmi nella scrittura, anche colori e pennelli mi fanno compagnia!

Tutta la mia vita è un intreccio di aneddoti, tra famiglia, lavoro, gioie, dolori, amicizie, strane coincidenze, emozioni che mi hanno portato fin qui: a scrivere qualche ricordo, a dipingere, a fare il nonno, ad imparare ad usare il computer, ad essere un web master. Già … chi non lo conosce ancora, è invitato a visitare il mio blog:
http://1941lamiastoria.blogspot.it/
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Tiziano Scarpel
 
 
 



 La tavolozza di Tiziano
 
LA TAVOLOZZA

Mi guardava un po’ assonnata

dove un tempo l’avevo abbandonata,

in quell’angolo … era tutta impolverata.
 
Sembrava dire:

«Non vedi quanto mi fai soffrire?

Non mi va più di dormire!

Su, dai, prendimi per mano,

insieme andremo lontano,

vedremo monti, valli e campi di grano!».

La presi, l’accarezzai con i pennelli,

le donai i colori più belli

e dipingemmo i sogni come preziosi gioielli.
 
La tavolozza mi fa ancora fantasticare,

mi fa ancora sognare,

con la fantasia …mi fa viaggiare!

                          Tiziano

 


sabato 20 settembre 2014

"LA MIA VITA" DI TOMASO SCARPEL - EDIZ. 2013 - CAPITOLO 1

VORREI CONDIVIDERE QUESTO BELLISSIMO TENERO DELICATISSIMO LIBRO DELL'AMICO ITALO-SVIZZERO TOMASO SCARPEL (VEDI ANCHE DAL SUO BLOG: http://tomaso-passatoepresente.blogspot.it/)  E CHE, TRAMITE SUO FRATELLO TIZIANO, MI HA INVIATO
-.-.-.-.-.-.-.-
 
TRATTO DAL LIBRO DI TOMASO SCARPEL
 
Prefazione di Nigel Davemport
 
Forse sembrerà retorico, ma il fatto di essere stato invitato a scrivere due righe di presentazione a questo libro mi onora, sinceramente.
Tomaso è mio amico da molti anni e credo di conoscerlo un po’, questa pubblicazione non è
il frutto di un’improvvisa velleità letteraria, ma il bisogno di dare una “sistemazione” ai suoi
ricordi, ovvero agli avvenimenti più importanti che hanno contrassegnato la sua vita.
Com’è noto, egli vive in Svizzera da circa cinquant’anni, parla correntemente il tedesco,
ha svolto diverse attività e ha visto cose che farebbero impallidire chiunque, anche le
persone più ciniche.
Ecco perché è nato questo volume, per condividere delle esperienze, a volte drammatiche ed altre piacevoli.
Il testo è caratterizzato da una certa semplicità stilistica, eppure contiene un suo valore artistico, giacché l’autore ha l’attitudine al racconto, dote che non è di tutti, talvolta nemmeno di chi ha una certa dimestichezza con le Lettere e prova a cimentarsi nella scrittura.
Leggendo questo racconto, ci si rende conto che si dispiega chiaro, interessante, scorrevole,
attraverso episodi che scandiscono il tempo e che, messi insieme, fanno la Storia.
Tomaso Scarpel ne è parte integrante, vi partecipa da oltre ottant’anni, l’ha segnata e ne
è rimasto segnato ed oggi, col suo libro, ne ripropone un frammento, sotto forma di memoriale.
Leggendo queste pagine non si può rimanere indifferenti di fronte a un uomo che ha affrontato tante difficoltà, con senso del dovere e forza d’animo, dimostrando una tempra davvero eccezionale.
E’ questo che sorprende di Tomaso: il fatto che abbia attraversato la vita e sia riuscito a
conservare non solo il suo ottimismo, ma il suo straordinario candore.
 
(Nigel Davemport)
 
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LA MIA VITA

 

 

di


Tomaso Scarpel

 
Questo libro è dedicato alla mia famiglia e ai miei amici.

 

 

 


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Capitolo I

A settantotto anni, voglio provare a  raccontarvi la mia vita.
(I GENITORI DI TOMASO SCARPEL
OVVERO
MARIA E LUIGI NEL 1922)
 
 

Sono nato l’ 8 settembre 1930, da genitori poveri, ma con tanto orgoglio. Mio padre era del 1892 e mia madre del 1898. Io ero il penultimo di cinque figli.
TOMASO ORA    TOMASO 1959

Mio padre non aveva altra soluzione che cercare lavoro all’estero e quindi, tutti gli anni, in primavera, partiva per cercare lavoro in Francia, in Germania, o in qualche località italiana dove ce ne fosse.
Quando avevo cinque o sei anni, vedevo mio padre che alla fine di febbraio preparava le valigie, mentre mia madre, con le lacrime agli occhi, gli raccomandava di stare attento, perché di solito i suoi lavori comportavano un certo pericolo. Era manovale, ma avrebbe potuto trovarsi in situazioni rischiose quando lavorava nelle gallerie che potevano anche franare all’improvviso. Ricordo che, quando lo accompagnavo alla corriera, lo vedevo nascondere il suo dolore per il fatto di lasciare la famiglia.
Nella piazza dove sostava la corriera non era solo lui a partire; ce n’erano molti altri, tutti con lo stesso problema: la sopravvivenza delle loro famiglie. La nostra era una zona di forte emigrazione e l’ottanta per cento degli uomini espatriava per trovare un lavoro stagionale.
La zona di cui parlo si trova ai piedi dei colli coltivati a vigneto, dove si produce il Prosecco. Eravamo orgogliosi di chiamare quella località “Quartiere del Piave” perché la distanza dal mio paese natio alle sponde del Piave è di circa tre chilometri.
Prima della mia nascita, dal 1915 al 1918, tutta l’area attorno a noi fu teatro della prima guerra mondiale e mio padre vi partecipò come soldato di fanteria. Di conseguenza la vita era piena di stenti e le donne aspettavano con ansia il poco denaro che i mariti potevano inviare, facendo i più svariati lavori. Da sempre questi emigranti erano la spina dorsale dell’economia del paese, pur svolgendo dei lavori molto faticosi. Ogni anno, puntualmente, qualcuno ci rimetteva la pelle e tutta la comunità
contribuiva a far rientrare la salma, accollandosi le relative spese.
La vita però continuava sempre onestamente. Ricordo che, quando io e quelli della mia età cominciammo ad andare alla scuola elementare, eravamo tutti contenti.
Era l’epoca del fascismo ed io entrai a far parte dei “Figli della Lupa”. Ad ogni piccola ricorrenza politica o istituzionale, ci si metteva un cinturone a forma di X nella parte anteriore, ed al centro campeggiava una grande M, iniziale di Mussolini.
Passò del tempo e a nove anni divenni Balilla, cambiando completamente la divisa: camicia
nera con copricapo nero munito dello stemma che rappresentava il Littorio, tipico del fascismo.
Siamo negli anni difficili per tutti, 1937 -1940, in un piccolo paese che vive a stento, dove il novanta per cento degli uomini erano emigrati stagionali.
Mia mamma, per sbarcare il lunario, cercava in tutti i modi di guadagnare qualche lira per i suoi cinque figli, facendo la lavandaia per i soldati alloggiati nei vecchi edifici delle scuole. Lavava e stirava, utilizzando ogni minuto per il benessere della famiglia.
In quel periodo le scarpe costavano molto e i soldi non erano mai abbastanza.
Un giorno vidi mia mamma con un vecchio copertone di bicicletta in mano, lei mi chiamò e mi misurò la pianta del piede, poi con un vecchio coltello ben affilato ritagliò due pezzi a forma di piedi; rimasi sorpreso quando vidi che stava lavorando con della vecchia tela di canapa e altri strani ritagli.
Due giorni dopo erano nati un paio di sandali. Fu una cosa geniale per tutta la famiglia, ne confezionò un paio, erano molto leggeri e ci si camminava comodamente.
Le voci si sparsero in fretta ed in paese tutti ne parlavano. Ogni giorno andavano a chiedere a mia madre se poteva farne anche per loro e le portavano vecchie stoffe di tutti i tipi.
Mia madre andò da un vecchio calzolaio e gli chiese se poteva avere una vecchia forma di ferro, quella dove si appoggiano le scarpe per ripararle. Il calzolaio guardò nel suo magazzino e le regalò uno di quei ferri. Ricordo come fosse ieri come era felice.
Aveva trasformato la piccola stanza dove viveva in un vero laboratorio pieno di forme e misure varie di piedi. Non aveva mai tempo per riposare; quel lavoro le dava una certa sicurezza per i suoi cinque figli.
Un giorno arrivò una signora considerata in paese una persona benestante, portò un pacco con della
stoffa e disse: -“Maria, guarda se con questa stoffa puoi fare un bel paio di sandali per me e le mie
figlie”.
Mia mamma esaminò attentamente la stoffa e disse: “Tutto si può fare, ma questa stoffa non è
duratura; se lei accetta io mi prendo questa stoffa e le metto della tela molto resistente e di sicuro verrà bene.
La signora rispose che per lei andava bene.
Mia mamma guardò quella stoffa e vide che era un pezzo molto grande e che forse avrebbe potuto realizzare qualcosa di molto importante. In paese intanto si stavano facendo dei preparativi per i bambini, perché dopo qualche settimana avrebbero fatto la prima comunione e tutti pensavano al vestito per i comunicandi.
Detto e fatto, mia mamma mi prese e mi portò dal vecchio sarto che in paese faceva di tutto e gli chiese se la stoffa sarebbe bastata per un piccolo giubbino e un paio di pantaloni per il suo bambino, che a breve avrebbe fatto la prima comunione. Il sarto prese le misure e con diverse giunture quasi invisibili le confezionò un vestitino carino.
Venne il giorno della prima comunione e anche un povero bambino fece la sua bella figura.
Questa storia sembra una favola, ma è una storia vera. Ve lo può testimoniare quel bambino, Perché
quel bambino ero io.
Nel 1940 con l’inizio della seconda guerra mondiale cominciarono i grandi problemi per l’Italia...............
 
 
( TOMASO SCARPEL )

fine primo capitolo

domenica 14 settembre 2014

VIDEO "RIMPATRIATA" NEL 2013....DELLE CLASSI V DEGLI STUDENTI DI RAGIONERIA ISTITUTO TECN. COMM. GEOM. "AULO CECCATO" DI THIENE (VICENZA) DELL'ANNO SCOLASTICO 1978-1979....


COINVOLGENDO ED INVITANDO ANCHE COLORO CHE, INIZIATI GLI STUDI CON NOI, HANNO POI INTRAPRESO STRADE DIVERSE .....MA CHE SONO RIMASTI SEMPRE NEI NOSTRI CUORI!!!


CON GIGI YELLOW, FABIO ED ANTONELLO
CON LUCIO E ROSANNA

CON AMELIA
VITTORIO GIULY E ...ANNA...

ANNA


 DJ

CON  JOJO


 IN PISTA...




 V SEZ. B
V SEZ. C
E...

.....LA MIA MITICA CLASSE V SEZ. A


lunedì 8 settembre 2014

VIDEO 70° COMPLEANNO DI MIA SORELLA TINA...GRANDE FESTA....


A TINA, TUTTI NOI, VOGLIAMO UN GRAN BENE!!!!!



con i figli
con gli adorati nipotini
il nipotino Tommy trova un quadrifoglio

con le "sorelline"



con figli nipoti e pronipoti

gli amici ballerini 

con Bruna e Laura




COLLAGES CON ALCUNE FOTO DI MIO FRATELLO




sabato 30 agosto 2014

ED ANCHE CLAUDIO (DETTO RENATO), FRATELLO DI LAURA, HA SCRITTO UN RACCONTO....


RACCONTO DI FANTASIA DI CLAUDIO
 
"IL DELATORE"
 
 
Era notte fonda e il paese era avvolto nell'oscurità più assoluta, quando un'automobile nera con i fari bassi attraversò e oltrepassò la piazza, girò a destra e proseguì per alcune centinaia di metri.
Di fronte a una casetta isolata si fermò e dall'auto scesero due uomini in divisa e armati. Con forza picchiarono contro la porta gridando Aufmachen! (aprite!). Dopo un poco, in seguito al continuo picchiare, si sentì un tramestìo di passi e la voce di una donna che gridava impaurita: "Vengo, vengo".
Come la porta si aprì, i soldati si precipitarono dentro la casa, gettando la donna da una parte e illuminando l'interno con una potente torcia. In cima a una scala che portava al piano superiore dove si trovavano due camere da letto, apparve un uomo semivestito, con i pantaloni non completamente indossati, la faccia stravolta dalla paura, i capelli spettinati, le mani tremanti e un paio di zoccoli ai piedi. Komm mit (seguiteci) ordinarono i tedeschi puntando i mitra contro l'uomo.
 
Il giorno dopo il cielo era completamente coperto. Faceva freddo ma non sarebbe piovuto e nemmeno nevicato. Ad eccezione  di una frotta di bambini che si recava a scuola; a quell'ora erano pochi i passanti: la levatrice che andava ad assistere una partoriente, il sacrestano diretto verso la chiesa e che si guardava continuamente intorno con occhi furtivi come quelli di un ladro, l'arrotino che nessuno sapeva da dove venisse ma che un paio di volte al mese passava da quelle parti ad offrire i suoi umili servigi, una maestra trafelata per il timore di essere in ritardo rispetto ai suoi alunni e qualche anziano che non potendo dormire ancora un po' aveva deciso di uscire sperando di trovare qualche osteria aperta dove poter chiacchierare e scaldarsi senza sprecare la legna che aveva in casa. Giovanotti e uomini vigorosi da un pezzo erano spariti. Da tempo la guerra e la paura avevano fagocitato la popolazione migliore di tutti i dintorni: molti erano sotto le armi, altri deportati e altri sulle montagne con i partigiani. La levatrice aveva visitato la paziente e l'aveva assicurata che mancava ancora una settimana al parto, quindi poteva stare tranquilla...
Aveva da anni aiutato tutte le donne del paese a partorire, conosceva i segreti di tutti. Era una donna belloccia con una bellissima voce e quando cantava in chiesa tutti ne erano estasiati. Perfino il sacrestano perdeva la sua aria furtiva e in certi momenti si dimenticava di raccogliere l'obolo per la chiesa e rimaneva con il piattello in mano con l'espressione inebetita che procurava l'ilarità a chi lo avesse osservato in quel momento. Nessuno però aveva mai capito le sue idee politiche anche se tutti erano convinti che le avesse ben radicate.
 
 Quando si venne a sapere che la sera prima un altro paesano era stato prelevato dai tedeschi, la paura in paese crebbe ancora di più e all'osteria si fecero illazioni su presunti delatori (o delatrici). Nessuno però voleva esporsi troppo per non correre il rischio di essere a sua volta sospettato.
In un angolo l'arrotino sorseggiava un po' di vino offertogli dall'oste con il quale chiacchierava raccontando i fatti degli altri paesi che aveva visitato nei giorni precedenti. Era un uomo sul quale la natura aveva infierito con cattiveria. Fisico gracile, leggermente ingobbito, occhi strabici e labbro sporgente da dare al volto un'espressione grottesca e ripugnante. Ciò malgrado era benvoluto. Da anni girava da quelle parti e se veniva preso in giro non si offendeva mai, scrollava le spalle e ridacchiando diceva: "Ma ora me lo offri un bicchiere di vino?" e se erano i bambini a deriderlo, scuoteva il capo e mormorava: "Siete ancora troppo piccoli per capire le sofferenze altrui.."
 


Apprese così all'osteria che il sospettato di delazione presso i tedeschi ....poteva essere ....il calzolaio.
 
Già! Era stato visto una volta parlottare con un "tedesco". E poi, era l'unico uomo della sua età a non aver mai avuto noie dai fascisti e dai tedeschi. Strano! Qualche tempo prima aveva sollecitato il pagamento di una suolatura di scarpe a quel povero uomo sparito la sera precedente. Era persino arrabbiato e l'aveva quasi minacciato ....
L'arrotino, facendo il suo solito giro, passò davanti alla bottega del sospettato, vi si fermò. E mentre spingeva la porta per entrare, si sentì redarguito: "Ti ho già detto che non mi servono i tuoi servizi, che i miei coltelli li faccio affilare da chi mi fido....". Per nulla intimorito, entrò nella bottega e gli disse: "Non sono venuto per lavoro...ma per avvertirti che tutti pensano a te come spia dei tedeschi. Faresti meglio a cambiare aria per un po' di tempo". Così dicendo se ne andò. Il calzolaio rimase di sasso. Sapeva che certe voci potevano arrivare lontano.
Alcuni mesi dopo , durante la notte, i partigiani fecero irruzione in casa sua rompendo una finestra che dava in un orto. Ma il calzolaio proprio la mattina, di buonora, quando l'alba era appena spuntata, se ne era già andato.

E finalmente venne il 25 aprile.
Porte e finestre si spalancarono, la gente riempì le strade, felice, cantando e abbracciandosi. C'era il parroco che invitava tutti ad andare in chiesa a ringraziare il Signore, il sacrestano che continuava a guardarsi attorno con occhi circospetti, pure la levatrice cantava a piena gola una canzonetta in voga in quei giorni e così la maestra, il farmacista, l'oste, l'arrotino...Costui dalla gioia abbracciava tutti e come un grillo gridava: E' finita se Dio vuole, è finita!". Poi vide alcune donne i cui mariti o figli erano scomparsi. Le consolò avvicinandosi, infondendo loro la speranza che i loro cari sarebbero un giorno ritornati....
Si rivolse anche alla moglie del calzolaio che era una bella donna, l'abbracciò con voluttà; l'aveva sempre sognata, desiderata ma certamente pensava che il suo aspetto non gli avrebbe mai permesso neanche di avvicinarla...Ma era un gran giorno, era festa per tutti e nessuno, neppure lei, ora, l'avrebbe respinto.

E mentre lui la stringeva, un ghigno gli apparve sulle labbra e intanto pensava: "Io solo so dove è finito tuo marito con tutti gli altri...".

Verso la fine di giugno, a una ventina di chilometri dal paese, in una scarpata, fu trovato un corpo, il cadavere irriconoscibile di un uomo del quale molti ravvisarono di riconoscerne l'identità....credettero che fosse proprio l'arrotino scomparso da qualche tempo...

Vendetta o disgrazia?
 
(CLAUDIO A.)


sabato 23 agosto 2014

"IL MAESTRO MAINO DI LUGO DI VICENZA" - RACCONTO DI MIO COGNATO ALESSIO RIZZATO


Il Maestro Maino:

ricordi, lontani, di un suo alunno



IL MAESTRO MAINO A DESTRA DELLA FOTO CON LE SUE INSEPARABILI "BRETELLE" ("TIRACCHE" IN DIALETTO VENETO) ASSIEME FORSE AD UN SUO PREDECESSORE SINDACO durante la ricostruzione della Malga di proprietà comunale in località Granezzetta

Alessio scrive:
 
Noi maschi avevamo, in prima, la Signora Maestra Liliana, Moglie di Italo, gentile, buona, forse troppo per noi, un po’ eccessivamente vivaci; l’anno dopo, in seconda, con gli esami a fine anno, il Maestro Marcon di Vallonara, ma anche Lui non ci volle più. Le "Tose" invece hanno avuto la Maestra Isetta Manzardo in Soffini, fino in quinta.



In terza elementare poi, la maestra che avevamo si è ammalata e per molti mesi abbiamo avuto una giovane supplente che veniva da Calvene: si chiamava Mariuccia.



Nessuno aveva messo in riga i vispi fanciulli del ’59: ci pensò, dalla quarta elementare, un altro insegnante.



Mi risulta difficile tenere distinti i due nomi, quello comune di maestro e quello proprio di Maino: per me è una unica entità il “Maestromaino”. Lo ricordo elegante con giacca e camicia bianca con cravatta allargata con il primo bottone della camicia aperto, con occhiali con montatura nera che ancora oggi è di moda, con i capelli tirati indietro come gli attori americani degli anni ’40. Uno dei Suoi quattro figli Gli somiglia moltissimo e a guardarLa mi sovviene immediatamente Suo Papà.



Lui era anche Sindaco di Lugo e quando, di mattina doveva andare via, “per i mestieri del comune”, antesignano dei tempi futuri, inventò il rientro pomeridiano.
Municipio


Nessuna Classe alle elementari rientrava il pomeriggio: noi restavamo a casa il mattino e si andava a scuola il pomeriggio; eravamo contenti perché alla ricreazione il cortile piccolo era solo per noi e giocavamo a "balon".
 
 



Il Mattino l’orario di inizio delle lezioni era, di solito, un po’ dopo gli altri, perché arrivava sempre un impiegato del municipio per fargli firmare “le carte del Comune”.

Questi minuti di ritardo venivano regolarmente recuperati all’ uscita di scuola: quando la Lina (bidella) suonava la campanella tutti andavano a casa, tranne la classe del Maestro Maino.



L’orario subiva ulteriori personalizzazioni individuali a seconda della velocità ed esattezza delle risposte sulle tabelline. Un mio compagno, parecchie volte è arrivato a casa, dopo le 14 e mangiava assieme ai genitori che, a quell’ora, uscivano dal turno in Cartiera.

Anni dopo, ho saputo che Sua Moglie, la Signora Iride, per pranzare, aspettava i due figli più grandi che tornavano dalle loro Scuole di Thiene e quindi non prima delle due. Alla Iride bastava affacciarsi alla porta di casa per vedere la finestra della classe ed era un attimo dire a Suo Marito che era pronto in Tavola. Ecco perché molti di noi andavamo a casa tardi: perché non era pronto da mangiare per il Maestro, ma era molto bello anche così !
"Clara alla finestra"
(pittore Lucio Betto)


Non mi pare che il tempo di risposta per il risultato fosse stato direttamente proporzionale alla rapidità di calcolo mentale necessario: ovvio che “5 X 5” è più facile che “7 X 8”, ma per il Maestro Maino ci voleva la stessa frazione di secondo per rispondere, le tabelline erano assimilabili alle poesie: dovevano essere imparate a memoria come “la donzelletta vien da la campagna in sul calar del sole”. Passava tra i banchi e puntava il dito verso chi doveva rispondere, con un intercalare di posti che non seguivano una logica, ma a “salton” (a caso), e non si sapeva mai se toccava a Te o ad un Altro rispondere alla domanda successiva , così dovevi restare sempre attento: Psicologo il Maestromaino!

Forse ci sarà voluta una riforma scolastica per specializzare la maestra di matematica e la maestra di italiano, per evitare di "smissiare" (mescolare) le due materie, come invece faceva il Maestro Maino: però le tabelline noi le abbiamo imparate bene e anche le poesie, e le ricordiamo anche adesso.



Quando, in quinta, ci avvicinò alla fisica andava a prendere dal sottoscala gli oggetti per gli esperimenti. Uno in particolare doveva spiegarci che i metalli, se riscaldati, aumentano il volume e allo scopo c’era una sfera, attaccata ad una catenella che il Maestro riscaldava con una candela: da fredda la sfera passava per un cerchio di metallo, poi da calda non passava più. Prima di spegnere la candela, la usava per accendersi una sigaretta.



La geografia era una materia che necessitava di appositi strumenti ingombranti e il Maestro Maino andava a prendere dei rotoli tipo carta da parati e posato il palo di sostegno sulla parte superiore della lavagna lo lasciava cadere e appariva la carta geografica dell’Italia con l’ evidenza colorata delle 20 regioni. Bella, mi disse il mio compagno di banco, peccato che non ci sta l’Europa sulla lavagna, perché se già l’Italia la riempie tutta è logico che l’Europa non ci sta. E’ logico pensai anch’io.

Un giorno poi il Maestro ci spiegò che le “scale“ non servono solo per salire al piano di sopra, ma anche per rimpicciolire la realtà, anche la carta geografica dell’Europa che, infatti, ci stava sulla lavagna come quella dell’Italia, solo un po’ più piccola e quasi quasi “San Marino “ non si riusciva a vedere.



Non aveva preferenze, il Maestro Maino, era diplomatico e scherzoso, ma anche serio, sapeva interpretare le situazioni e agire di conseguenza, ma una volta utilizzo il più bravo della classe per fare capire ad un altro, meno bravo, l’importanza degli accenti.

L’Altro scrisse alla lavagna " citta " e il Maestro gli chiese di leggere: Lesse CITTA’. A Luca chiese allora di rileggere. Luca lesse " citta ". Si andò avanti così per dieci minuti. Alla fine anche l’Altro capì, ma prima il maestro gli disse: ma perché non stai attento, cosa guardi sempre, il ragnetto che esce dal buco ?



Se finiva le sigarette, il Maestro chiamava Renato, alunno che era anche Suo Nipote e gli diceva di andare da Ambrosini (tabaccheria) a comperare le “Caramelle”. Non usava il termine sigarette: quelle facevano male!



Spesso il sabato si sentiva bussare la porta della classe e entrava Don Antonio che chiedeva se per caso qualche ragazzo poteva andare con Lui in chiesa per fare il chierichetto a un matrimonio: sempre concessi i permessi ai  " mòcoli " (o chierichetti), ma solo a quelli bravi a scuola… non ci sono andato tante volte.

"Chierichetto con candela"
(pittore Gaetano Oltolina)

Aveva un bel vestito blu, il Maestro Maino, anche la sua “Fiat millecento R” era blu: il colore dei diplomatici.



E’ stata una persona molto importante per il Paese di Lugo, per molti decenni. Se ne andò troppo presto, in un giorno di Maggio del 1980 e prima che la Chiesa, si gremì la Piazza, di gente, commossa, davvero.



Grazie Sig. Maestro "Toni" Maino. Credo che ci sarebbe ancora bisogno di persone come Lei, non solo nella Scuola.



Chiedo scusa a Sergio, Marina, Anna e Giorgio (figli del Maestro) se mi sono permesso i ricordi di un bambino di quegli anni sessanta.




Post scriptum:


ho incontrato il Figlio Sergio questa sera, nel suo studio dentistico, e mentre non potevo parlare perchè mi stava visitando, mi ha detto che mi sono dimenticato qualche cosa di fondamentale nella descrizione della figura del Maestro Maino.

L'averci pensato nel mentre mi curava, mi ha anche giovato: non ho sentito nulla.
 
Del Padre, Sergio, ha sicuramente ereditato la splendida, trasparente e fluida ironia:
alla fine del suo lavoro, quando ho potuto parlare Gli ho detto cosa mi son dimenticato:
 

"Le bretelle”

Il Maestro Maino usava le " Tiracche": come ho potuto non ricordare prima!

Grazie Sergio, anche per avermi ricordato il presente indicativo del verbo andare. Altro motivo di ritardo in uscita di scuola: io ando, tu andi egli anda… 


 

Lugo, 17.02.2014 -- 25/02/2014 il Post scriptum



 

(ALESSIO RIZZATO)


 

( ....ANCH'IO RICORDO L'ANEDDOTO DEL VERBO "ANDARE" PERCHE' E' STATO FAMOSO E DIVULGATO ANCHE  TRA GLI ALTRI  SCOLARI E SCOLARE;
IL MAESTRO MAINO AVREBBE DETTO 
 ....E TU..... "ANDI" FUORI DALLA PORTA !!!!!!......... AD UN SUO ALLIEVO CHE SBAGLIO', PROPRIO COME RICORDAVA SUO FIGLIO SERGIO, IL "VERBO INDICATIVO ANDARE"  FACENDOGLI CENNO CON IL DITO DI USCIRE ....)