mercoledì 7 dicembre 2016

Mio figlio Loris Liotto e' Dottore in Storia - con la sua tesi: "Nerone visto da Gerolamo Cardano"










Tesi di Laurea
Nerone visto da Gerolamo Cardano




Laureando: Loris Liotto


















Indice

I.                  Nero Claudius Caesar Drusus Germanicus

ORIGINI

2.       LA MORTE DI CLAUDIO E L’ASCESA AL POTERE
3.       IL PRINCIPATO
4.       LA MORTE DELLA MADRE AGRIPPINA
5.       IL TERRIBILE INCENDIO
6.       LA CONGIURA DI PISONE
7.       LA MORTE DI POPPEA E IL VIAGGIO IN GRECIA
8.       IL RITORNO A ROMA E LA FINE
9.       IL DOPO NERONE
10.   LA “DAMNATIO MEMORIAE”

II.             Le fonti storiografiche: i detrattori e la leggenda “nera” su Nerone 

1           TACITO
2           SVETONIO
3           CASSIO DIONE
4           GLI AUTORI CRISTIANI

III.         Gerolamo Cardano 

1           VITA E OPERE

IV.          Il Nerone “Moderno” nell’opera di Gerolamo Cardano “Neronis Encomium” 

1           IL CONTESTO
2           NERONE E I CRISTIANI
3           NERONE A CONFRONTO CON GLI ALTRI PRINCIPI
4           NERONE TRA RIFORME E DECISIONI

 Conclusioni 


Bibliografia





           

CAPITOLO PRIMO
Nero Claudius Caesar Drusus Germanicus
1-     LE ORIGINI
Lucio Domizio Enobarbo è il vero nome di colui che passerà alla storia come Nerone. Gli fu posto il nome di Lucio come richiedeva la tradizione della gens Domizia, nella quale, da generazioni ormai, i maschi, di padre in figlio, si chiamavano alternativamente Lucio e Gneo.
Il piccolo Lucio nacque nel dicembre dell’anno 37 ad Anzio, a pochi chilometri a sud di Roma. «Quella dei Domizi Enobarbi era una gens assai in vista già nella Roma repubblicana – molti suoi esponenti nei due secoli precedenti avevano ricoperto la carica consolare - che amava far risalire il proprio nome ad un episodio avvolto da un'aura “mitica”: si raccontava infatti che un Lucio Domizio avesse un giorno incontrato due fratelli dal maestoso portamento che gli annunciarono un'importante vittoria romana di cui né il senato né il popolo avevano ancora avuto notizia. I due, riconosciuti poi come i Dioscuri, Castore e Polluce, per dargli un segno della loro divinità, gli accarezzarono la barba, che da nera si fece d'improvviso rossa, del colore del bronzo: da quel momento l'intera discendenza avrebbe assunto il cognome di Enobarbi, dalla barba color del bronzo».[1]
Questi venne adottato in seguito, cioè nel 50 d.C., all’età di tredici anni dall’ Imperatore Claudio, il quale si era unito in matrimonio con Agrippina, madre di Lucio. Precedentemente Claudio era sposato con Messalina con cui concepì due figli: Ottavia e Britannico. La terza moglie Messalina venne fatta uccidere dallo stesso Imperatore dopo che si era congiunta in nozze nel 48 con il patrizio Gaio Sileo, il quale aspirava al trono imperiale. Agrippina ricevette il titolo di AUGUSTA. La denominazione di Nerone, il cui nome completo è NERONE CLAUDIO DRUSO GERMANICO, gli sarebbe stata attribuita soltanto in questa circostanza.
2-     LA MORTE DI CLAUDIO E L’ASCESA AL POTERE
Nel 53 d.C. sposò Ottavia figlia di Claudio, la sorella acquisita. Claudio morì, «durante la notte tra il 12 e il 13 ottobre del 54 d.C., nel corso di un lauto banchetto accompagnato da uno spettacolo di pantomimi, dopo aver accusato un forte malore». Le fonti attestano che Agrippina stessa, dopo essersi procurata un potente veleno, l’avrebbe versato su un piatto di funghi e lo fece servire a Claudio.
«I pretoriani comandati dal prefetto Burro, devoto ad Agrippina, salutarono Nerone - diciassettenne – come nuovo Imperatore. Nerone fece il suo ingresso in Curia nelle prime ore del pomeriggio del 13 ottobre. Le parole d’effetto con le quali si presentò ai padri gli erano state dettate da Seneca, suo precettore, la cui abilità di rettore risaltava ancor più evidente in bocca a un giovane che, unico fra i principi sinora saliti al potere, tutti sapevano maggiormente incline alle arti che al virtuosismo oratorio, tanto da dover affidare ad altri la composizione dei propri discorsi. Egli rassicurò innanzitutto l’assemblea sulla propria volontà di garantire una transizione pacifica, senza ritorsioni o vendette, contro chi avesse collaborato con il potere durante il principato di Claudio: da Claudio, d’altra parte, intendeva prendere le distanze in modo deciso, promettendo che il proprio governo avrebbe tenuto nettamente distinta la sfera degli interessi privati da quella delle attività pubbliche. E il senato gradì, ratificando il potere del principe: il testo del discorso venne addirittura inciso su una stele d’argento, perché, quasi un impegno scritto a futura memoria, come ci racconta Dione Cassio nella sua Storia romana (LXI 3), esso venisse letto ogni qualvolta una coppia di consoli fosse entrata in carica».[2]
Il fratellastro Britannico, che aveva ricevuto questo soprannome per ricordare la spedizione del padre Claudio in Britannia e, sebbene fosse il legittimo erede al trono, venne soppiantato dalla figura di Nerone in quanto venne fatto avvelenare. La stessa Agrippina aveva già tramato alle spalle del figlio Nerone servendosi del figliastro Britannico e perciò quest’ultimo nel 55 venne eliminato su ordine di Nerone.
3-     IL PRINCIPATO
Del regno di Nerone le fonti antiche hanno preso in esame un primo quinquennio felice (54-58) durante il quale il principe avrebbe regnato sotto l’egida positiva dei già citati Burro e Seneca. L’anno 58 potremmo dire che segna il cambio di rotta: da quella data, infatti, Nerone avrebbe impresso un’impronta autocratica alla organizzazione del potere, dettata dal desiderio di soddisfare i suoi più reconditi capricci. Nella realtà è invece più giusto riconoscere, in quel mutamento, un’evoluzione di tendenze già presenti nell’inizio del principato di Nerone. Già nel 56 infatti sostituisce i questori preposti all’erario con prefetti di sua nomina; nel 58 abbiamo il progetto di abolire le tasse indirette (ma viene dissuaso dal senato) e prende provvedimenti che colpiscono i pubblicani, dimostrando quindi di voler seguire una politica filo-popolare e contraria agli interessi delle classi egemoni.                    
Sempre nel 58 si lega a Poppea Sabina che era già moglie di Marco Salvio Otone, il quale viene inviato come legato in Lusitania.
«La nuova amante Poppea, proveniente questa volta da una famiglia assai facoltosa e di nobili ascendenti, proprietaria di ricche residenze nell’area di Pompei, era donna che curava in modo maniacale il proprio aspetto fisico – Dione Cassio, nella sua Storia romana (LXII 28), racconta addirittura che ogni giorno faceva il bagno nel latte di cinquecento asine per curare la pelle – ed era priva di qualsiasi scrupolo morale. La relazione con Poppea non poteva naturalmente raggiungere la consacrazione ufficiale, finché perdurava il matrimonio con Ottavia, per rompere il quale l’Imperatore doveva affrontare una considerevole serie di ostacoli. Innanzitutto Agrippina, la quale, pur relegata in posizione marginale, si opponeva fieramente a tale soluzione. Ma c’erano poi anche Seneca e Burro che dissuadevano il principe dal troncare un legame su cui si fondava la legittimità del proprio potere. Il principe non si risolse per il momento a concludere la relazione ufficiale con la figlia di Claudio».[3]


4-     LA MORTE DELLA MADRE AGRIPPINA
Su istigazione di Poppea, l’anno successivo e precisamente nel 59, fa uccidere la madre Agrippina.
«Gli Annali tacitiani (XIV 5) ambientano la scena in una “tranquilla notte stellata”, con il mare liscio come l’olio: gli dei stessi – commenta lo storico con sottile ironia – sembrava fossero intervenuti per rendere più evidente a tutti il crimine che stava per essere commesso».[4]
 Agrippina aveva avvelenato Claudio, come ci dicono le fonti e che ne attestano concordemente la responsabilità dei fatti, e pensava così di essere lei a poter governare l’Impero. Nerone aveva progetti diversi: Agrippina doveva essere così eliminata. Una nave speciale, con rematori speciali, fu inviata a prelevare la madre che doveva partecipare ad una festa nella baia di Napoli.
 La nave avrebbe dovuto spaccarsi e i rematori erano stati istruiti affinché Agrippina non dovesse tornare viva. Ma la trireme non si spezzò in due; c’erano enormi pesi sulla tettoia in legno sopra il sedile di Agrippina. Al momento giusto sarebbero piombati su di lei sfondando la tettoia, l’avrebbero uccisa e avrebbero rotto la base della nave, facendola affondare. Questo è quanto sarebbe dovuto accadere ma quando i pesi caddero, dall’alto, colpirono a morte uno degli accompagnatori ma non la donna, casualmente protetta dalle spalliere del letto su cui era distesa. Si inceppò anche il meccanismo che doveva far spalancare la chiglia facendo precipitare Agrippina in mare. I marinai a bordo, invece, ignari di tutto e presi dalla foga del momento, manovrarono in modo da fare inclinare la nave su un fianco, facendo così scivolare lentamente in acqua la donna.
 Nella totale oscurità Agrippina, ferita appena ad una spalla, nuotò sino ad una barca di pescatori, che, dopo averla tratta in salvo, la condusse sana e salva a riva. Nerone che nel frattempo era nella sua villa di Baia, fu informato del fallimento dell’operazione e si consumava al pensiero che Agrippina una volta scoperti i suoi piani, avrebbe ora denunciato apertamente il tentato omicidio.
 Agrippina rimase qualche ora a ripensare sull’accaduto, giungendo ben presto alla conclusione che dietro l’incidente non potesse che nascondersi un criminale disegno del figlio Nerone. Decise allora che l’unica strada percorribile era quella di fingere di non aver capito alcunché: inviò quindi un messo a Nerone annunciandogli di essere scampata alla morte per puro caso. Le guardie mandate da Nerone nella stanza da letto della villa di Agrippina, la sorpresero poi da sola ed «incredula che l’odio del figlio nei suoi confronti potesse giungere sino al punto di ordinare l’inaudito misfatto. Colpita prima alla testa, ella cadde riversa a terra: al centurione che brandiva la spada per il colpo di grazia, ella offrì il ventre, incitandolo a colpire la parte del suo corpo che aveva dato alla luce un figlio così crudele. Qualcuno ricordò allora che si erano realizzate le parole che Agrippina stessa, a dire di Tacito nei suoi Annali (XIV 9), aveva tanto tempo prima pronunciate: Mi uccida, purché regni!».[5]
 Nel 60 Nerone istituisce dei giochi quinquennali in suo onore, i Neronia a cui lui stesso partecipa costringendo i senatori a fare altrettanto: anche questo atto contribuisce ad alimentare la sua immagine di principe assoluto orientaleggiante, amato dal popolo ma odiato dall’aristocrazia. Nel 62 muore il prefetto del pretorio Burro, e viene sostituito con la figura di Tigellino, che dimostra sin da subito tendenze più consone al nuovo orientamento del principe. Lo stesso Seneca si ritira dalla vita pubblica. La moglie Ottavia, già ripudiata ed esiliata con l’accusa di adulterio, viene fatta uccidere e Nerone convola a nozze con Poppea.
5-     IL TERRIBILE INCENDIO
Venendo al tema se Nerone abbia o meno incendiato Roma dobbiamo dire questo: Il 19 luglio del 64 d.C., un incendio devastante colpisce Roma mentre l'Imperatore si trovava già da una settimana ad Anzio e fu informato della terribile notizia. Lo stesso Tacito ci descrive così la scena:
 "L'incendio ha inizio in quella parte del circo che è contigua al Palatino ed al Celio. In questo luogo, le botteghe sono riempite di tutte le materie che costituiscono alimento per la fiamma. Il fuoco, violento fin dal suo nascere, sospinto dal vento, avviluppa in un istante tutta la lunghezza del circo, dove non si incontra nessuno di quei palazzi protetti dai loro recinti, nessuno di quei templi isolati dalle loro mura, nulla infine che sia di natura tale da ritardarne il progresso. Correndo quindi con impetuosità, devastando prima tutto ciò che è a livello, poi slanciandosi verso le alture e di là ridiscendendo ancora, l’incendio previene tutti i rimedi con l'avidità del male, con tutte le facilità che gli offrono ammassi enormi di case, di strade strette, irregolari, tortuose, quali sono quelle della vecchia Roma. Lamenti e terrore delle donne, debolezza dei vecchi e dei bambini, poi gli abitanti che si preoccupano chi per sé, chi per altri, trascinando malati o attendendoli, gli uni soffermandosi, gli altri affrettandosi, tutta questa confusione ostacola i soccorsi.
Spesso, mentre guardano dietro di sé, si trovano investiti davanti od ai fianchi. Oppure, se tentano di rifugiarsi nei quartieri vicini, li trovano già preda delle fiamme. Si vedono ancora inseguiti dallo stesso flagello a distanze che avevano ritenuto considerevoli. Finalmente, più non sapendo dove sia pericolo e dove sia rifugio, rimangono ammassati nelle strade, distesi nei campi. Qualcuno avendo perduto tutta la sua fortuna e non avendo neanche di che sussistere, altri per amore per il prossimo che non hanno potuto strappare alla morte, con tutte le possibilità di sfuggire, si seppellisce nei bracieri. E nessuno osa resistere...”. (Tacito, Annali, Libro XV, capitolo 38)

Nel libro XV degli Annali, Tacito si limita a riferire che a Roma corse voce che ad appiccare il fuoco fossero stati uomini dell'Imperatore. Però, man mano che il racconto prosegue, appare chiaro come Tacito non creda a queste insinuazioni e consideri l'incendio dovuto al puro caso.
«Dopo il grande incendio, Nerone celebrò uno spectaculum privato nei suoi giardini, dove i cristiani accusati di aver provocato l’incendio vennero giustiziati in varie maniere spettacolari, e nei concomitanti giochi circensi si mescolò alla folla vestito da auriga o ritto su un carro. Nel 65 i Neronia vennero celebrati per la seconda volta».[6]

 La costruzione della Domus Aurea sulle rovine e l’edificazione su una delle cime del Palatino di un’enorme statua (alta più di 35 metri) dedicata al sole ma con le sembianze dell’Imperatore alimentano un sospetto che Nerone ha subito cercato di allontanare, additando come capro espiatorio i cristiani: sospetto che l’ordine di appiccare il fuoco sia stato dato per aver mano libera nei suoi progetti edilizi. Svetonio, influente cavaliere che ricoprì importanti cariche amministrative sotto Traiano e Adriano nel II secolo ma considerato autore di racconti particolarmente piccanti e scabrosi, cita: “stava a guardare questo incendio dalla torre di Mecenate, e allietato come diceva dalla fiamma, cantò la distruzione di Troia in costume teatrale”.
6-     LA CONGIURA DI PISONE
Nel 65 inoltre, venne a svilupparsi un movimento ostile a Nerone che portò ad una congiura diretta ad ucciderlo e a sostituirgli Gaio Calpurnio Pisone, uomo di non antica nobiltà ma di illustre famiglia. La famiglia dei Pisoni era una delle più conosciute già nella Roma del I secolo a.C. Alla congiura parteciparono molte figure importanti, come Fenio Rufo il prefetto del pretorio e Plauzio Laterano che era console designato e partecipò persino lo stesso poeta Lucano. La congiura venne scoperta nel corso del mese di aprile del 65. Doveva avvenire in questo preciso sistema: Nerone sarebbe stato ucciso nella stessa villa di Pisone anche se in seguito si optò per l’assassinio durante la rappresentazione dei giochi all’interno del Circo Massimo. Il tutto non avvenne grazie ad una serie di denunce che permise di rivelare il piano criminale e i nomi di colore che ne facevano parte. La reazione del principe a tutto ciò fu quella che ci racconta Tacito nei suoi Annali: “chiuse Roma come in un carcere”.
La prima persona, vittima della repressione che venne a crearsi, fu lo stesso Pisone che scelse di suicidarsi, a seguire fu la volta di Plauzio Laterano, il console designato che fu selvaggiamente ucciso. Lo stesso Seneca che in modo molto probabile non ebbe mai una parte di primordine nella congiura venne eliminato dopo aver scoperto che tratteneva buoni rapporti con Pisone. Nerone pensò sotto l’influenza della stessa Poppea e di Tigellino di condannare il vecchio maestro al suo stesso suicidio. Tacito ci racconta così la morte del celebre mentore del principe nelle sue pagine degli Annali:
 “Seneca, senza mostrare timore, chiese che gli venissero portate le tavole del testamento; poiché il centurione non glielo concesse, si rivolse agli amici e disse che, siccome gli si impediva di ringraziarli per i loro meriti, lasciava loro l’unico bene di cui ormai disponeva e anche il più bello: l’esempio della propria vita. Se avessero custodito questo ricordo, avrebbero conseguito la gloria della virtù come compenso per una amicizia fedele. Frenava intanto le loro lacrime ora con il semplice discorso, ora con più forza, quasi scuotendoli. Chiedeva dove fossero finiti i precetti di saggezza, dove quella dottrina meditata per tanti anni, che preparava ad accettare il destino incombente. A chi mai era ignota la crudeltà di Nerone? Dopo aver assassinato la madre e il fratello, non gli rimaneva infatti altro che accingersi ad uccidere il suo educatore e maestro”. (Annali, Libro XIV, capitolo 62)
Il filosofo chiese che anche sua moglie Paolina venisse uccisa dopo che lei esplicitò di condividere la sorte del marito.
Con un medesimo colpo recisero le vene delle loro braccia. Seneca, poiché il suo corpo, ormai vecchio e indebolito dalla scarsa alimentazione, faceva uscire il sangue troppo lentamente, si tagliò anche le vene delle gambe e delle ginocchia. Ormai spossato dalle terribili sofferenze, per non fiaccare il coraggio della moglie, temendo del resto di cedere lui stesso davanti ai tormenti che subiva la donna, la indusse a chiedere di essere portata in un’altra stanza”. (Annali, Libro XIV, capitolo 63)

Tacito continua la sua descrizione degli ultimi istanti di vita del filosofo che venne portato in un bagno di vapore dove spirò. Venne poi cremato senza solennità come aveva prescritto nel suo testamento redatto ai tempi della sua fama. Nerone convocò il senato ed emanò un editto per poter documentare la congiura e la legittimità delle condanne inflitte ai cospiratori che vennero progressivamente giustiziati.
7-     LA MORTE DI POPPEA E IL VIAGGIO IN GRECIA
Nel corso del 65, a Roma, morì anche la seconda moglie di Nerone, Poppea Sabina, divinizzata nell’estate dello stesso anno. La tradizione vuole che Poppea sia morta in stato di gravidanza per un calcio nel ventre datole da Nerone.
«Nella prima metà del 66, Nerone sposò in terze nozze Statilia Messalina dai molti matrimoni, e verso la fine dello stesso anno o nel 67, sposò formalmente il giovane liberto Sporo. Fu Sporo, non Messalina, che rimase a fianco di Nerone fino alla fine, uno dei suoi quattro compagni nell’estenuante ultimo “viaggio” dell’Imperatore nel giugno del 68. A Sporo, Nerone si rivolse per dare inizio al lamento funebre prima di suicidarsi».[7]

Nel corso dell’estate del 66 Nerone si era recato in visita in Grecia che aveva da tanto tempo sognato di visitare. Il viaggio permise all’Imperatore di vivere in mezzo a feste, ludi, competizioni poetiche e musicali e di partecipare alle Olimpiadi e ai giochi istmici. La sua permanenza a Corinto, permise inoltre l’inizio dei lavori per il taglio dell’istmo. Nerone in quel frangente annunciò in modo solenne ai Greci la loro libertà, la quale comportava in sostanza l’immunità fiscale, togliendo quindi la Grecia dal novero delle province la cui amministrazione era affidata al senato a cui diede come atto di consolazione reale l’amministrazione della Sardegna. Mentre l’Imperatore era in Grecia, iniziavano una serie di problemi di tipo militare per il suo impero. Ad esempio, già alla fine del 66, sia a Cesarea che a Gerusalemme, vennero a crearsi tensioni che poi sfociarono in conflitti tra Ebrei e Greci. Nerone decise quindi di inviare in Giudea un suo ottimo generale, T. Flavio Vespasiano, che al principio del 67 iniziò le operazioni militari contro gli Ebrei.
8-     IL RITORNO A ROMA E LA FINE
Il ritorno di Nerone a Roma, che avvenne in forma solenne, ebbe come rappresentazione quella di una nuova pompa magna, cercando di pareggiare, nella mentalità dei romani, l’onore che si otteneva con le vittorie militari con l’onore per le vittorie nelle gare di ginnastica e nelle gare di poesia. Venne ad allargarsi però nel frattempo, il profondo conflitto che era già in atto da tempo ma fino a quel momento ancora relativamente dormiente, cioè quello tra Nerone ed il ceto di governo e che si estendeva adesso anche agli ambienti popolari.
Nel corso dell’anno 68 la situazione si aggravò ulteriormente. Il peso della pressione fiscale determinò una rivolta in Gallia, da parte di Giulio Vindice, un magistrato d’origine locale che si trovava a Lione come legato imperiale. La ribellione si estese a tutte le popolazioni della Gallia e ai comandanti militari dei paesi occidentali parve una buona occasione per assumere un atteggiamento di ribellione e di protesta contro la politica dell’Imperatore. Contro Nerone si pronunciarono il legato della Spagna, Servio Sulpicio Galba, il legato della Lusitania, Salvio Otone, già amico personale di Nerone e primo marito di Poppea, il legato dell’Africa, L. Clodio Marco.
«Sulpicio Galba, dalla Spagna in marcia verso l’Italia, fu dichiarato nemico pubblico e i suoi beni furono confiscati. Però Nerone, malgrado il potere consolare che aveva da poco tempo assunto, stava perdendo il controllo della situazione: infatti il prefetto del pretorio, Ninfidio Sabino, riuscì a staccare i pretoriani dalla loro lealtà verso il principe promettendo loro un grande donativo a nome di Galba e annunciando, falsamente, la fuga di Nerone. Il malcontento generale per le economie a cui l’Imperatore era costretto, gli tolse i sostenitori, e la sua causa fu perduta nel momento in cui si trovò completamente isolato».[8]
Il senato oltre a revocare la protezione della guardia pretoriana al principe, nominarono quest’ultimo “nemico pubblico”. Lo stesso Svetonio ci racconta gli ultimi giorni di Nerone dicendoci che una volta sentitosi abbandonato, in preda ad una tremenda collera, rovescia a terra due vasi preziosi che riproducono scene tratte dai poemi di Omero. Poi dà ordine che gli si prepari una imbarcazione per poter fuggire, ma resosi conto che tutti i suoi più fedeli servitori lo avevano abbandonato, si lasciò andare al più cupo sconforto mentre qualcuno arriva persino a deriderlo, citando l’Eneide virgiliana “È forse un male così grande la morte?”. Svetonio poi nella Vita di Nerone prosegue:
 “cominciò, allora, a desiderare un rifugio appartato, per raccogliere le forze. Il suo liberto Faone gli propose allora la sua casa di periferia, situata tra la via Salaria e la via Nomentana, a quattro miglia circa da Roma. Restando com’era, a piedi nudi e in tunica si gettò addosso un piccolo mantello di colore stinto, si coprì la testa, stese un fazzoletto davanti alla faccia e montò a cavallo, accompagnato soltanto da quattro persone (…)  Poi, dal momento che ognuno dei suoi compagni, a turno, lo invitava a sottrarsi senza indugio agli oltraggi che lo attendevano, ordinò di scavare davanti a lui una fossa della misura del suo corpo, di disporvi attorno qualche pezzo di marmo, se lo si trovava, e di portare un po' d'acqua e un po' di legna per rendere in seguito gli ultimi onori al suo cadavere. A ognuno di questi preparativi piangeva e ripeteva continuamente: Quale artista muore con me!. (Vita di Nerone, capitoli 48-49)
I cavalieri che hanno l‘ordine di catturare il principe sono ormai alle porte. Così Nerone decide di afferrare la spada e se la conficca in gola con l‘aiuto del fedele Epafrodito. Al centurione che arriva nella stanza e cerca di tamponargli la ferita con il mantello per poterlo catturare ancora vivo, Nerone ha ancora il fiato di dirgli: “Ormai è troppo tardi per questo gesto di fedeltà”. Questa fu la fine di Nerone, era il 9 o forse l’11 giugno del 68. Il cadavere fu avvolto in teli bianchi, in tessuti d’oro e cremato. I resti furono posti in un sarcofago in porfido, all’interno del mausoleo della sua famiglia. La liturgia funebre, che si rivelò regale, vide la presenza anche dei fedeli membri della casa imperiale, compreso Sporo, le vecchie nutrici di Nerone, Egloge ed Alessandra, oltre alla sua concubina Atte.
9-     IL DOPO NERONE
Alla caduta di Nerone la reazione del popolo fu per metà gioiosa in quanto, come lo stesso Tacito afferma, sia i senatori che i cavalieri esultarono per la libertà riavuta, una libertà ancora più gradita dato che il nuovo Imperatore Galba si trovava ancora in Spagna ed era lontano quindi da Roma. La stessa parte più rispettabile della plebe, le persone legate alle grandi famiglie senatorie, i clienti e i liberti degli aristocratici che erano stati condannati ed esiliati, videro rinascere la loro speranza di azione. La città di Roma in quel determinato periodo era tenuta sotto controllo da Ninfidio Sabino, che rivestiva il ruolo di prefetto del pretorio. Quest’uomo ambiva a salire sul trono, spacciandosi per figlio illegittimo del defunto Imperatore Caligola. Con questa idea per la mente, cercò di attirare a sé i consensi del senato ed inoltre per rendersi affabile agli occhi della plebe, permise a questa di infierire contro la memoria e i favoriti di Nerone.
 Lo stesso Svetonio ci racconta che, in quei determinati giorni, la plebe stessa era esultante e correva per le strade con il pilleus (il copricapo indossato dagli schiavi all’atto della cerimonia detta manomissione-manumissio, all’atto quindi di diventare liberti) in testa. Ci furono però anche coloro che continuarono per molto tempo a recarsi alla tomba di Nerone portando con sé fiori freschi come omaggio. Nello stesso Foro in alcuni casi furono erette delle statue che raffiguravano Nerone nel periodo adolescenziale con indosso la toga praetexta cioè la toga listata di porpora dei magistrati romani. Si arrivò persino ad emanare e pubblicare degli editti in suo nome, come se lui fosse ancora vivo e stesse di lì a poco per ritornare a confondere i suoi nemici.  Lo stesso Tacito ci descrive nelle sue memorie che ci furono altri individui colpiti dalla dipartita dell’Imperatore, riconosciuti precisamente nella plebs sordida, ovvero quella parte del popolino che frequentava il circo ed il teatro, purtroppo sempre pronta a dar credito ad ogni diceria sul suo conto. Si deduce che, nonostante la minimizzazione dello storico, «il numero di coloro che rimpiangevano il loro Imperatore doveva essere notevole, probabilmente la maggioranza».[9]   
Il regno di Galba dura poco, solo sette mesi, in quanto il nuovo Imperatore scontenta diverse categorie, non solo le legioni della Germania rimuovendo il comandante dell’esercito Virginio Rufo, ma sostituisce anche il prefetto del pretorio che aveva portato i suoi dalla parte dello stesso Galba. Questi non concede neppure il donativo promesso ai pretoriani e soprattutto delude fortemente tutta la plebe imponendo economia alla finanza pubblica. Tutto ciò comporta che il 1° gennaio del 69 le legioni della Germania rifiutano di rinnovare il giuramento di fedeltà a Galba e acclamano Imperatore, il loro legato Aulo Vitellio. Galba nomina erede una persona che viene ben accettata dal senato, Calpurnio Pisone Frugi Liciniano. Delude però in questo modo Otone che lo aveva appoggiato fin dall’inizio e che sperava nella successione. Otone allora si rivolge ai pretoriani e li convince ad eleggerlo Imperatore; Galba e Pisone vengono uccisi.  Il nuovo Imperatore ha dalla sua parte l’Italia, le province danubiane, l’Africa e l’Oriente. Con Vitellio invece si schierano, oltre alla Germania, la Spagna (Terraconense), la Gallia, la Britannia e la Rezia.  Il contesto storico è alquanto concitato e confuso. Dopo la morte di Galba, come ci riferisce Edward Champlin, Otone prese a sfruttare la sua identificazione con Nerone, da parte dell’opinione pubblica, “nella speranza di trarre la plebe dalla sua”.

Fece appunto restaurare le statue di Poppea con decreto del senato e gli stessi soldati e la plebe lo salutarono con l’appellativo di Nerone Otone. Dopo la fine di Galba, quindi, Otone rivaluta la figura di Nerone e attua anche un piano per reintegrare, nelle loro cariche, i procuratori e i liberti di Nerone che erano stati licenziati da Galba. Inoltre stanzia cinquanta milioni di sesterzi per completare la Domus Aurea. Il suo regno però dura poco per poter imporre le proprie volontà; infatti già nell’aprile del 69 le forze di Vitellio sconfiggono Otone a Cremona. Otone decide allora di suicidarsi.
Il nuovo Imperatore Aulo Vitellio è un gaudente di mezza età che era insorto contro Galba e non diversamente si contenne con Otone. Vitellio era stato un influente cortigiano, la cui passione per le corse e i dadi, non meno che la sua ossequiosità, lo aveva reso caro a Nerone; come diceva Svetonio, non lasciò dubbi circa il modello cui si sarebbe ispirato per governare Roma. «In pieno Campo Marzio, forse in vista della sua tomba, celebrò sacrifici funebri in onore di Nerone su altari costruiti per l’occasione; il fuoco per bruciare le vittime venne acceso dagli Augustali, un pubblico collegio sacerdotale fondato dall’Imperatore Tiberio per onorare la casa dei Cesari, e comprendente alcuni degli uomini più autorevoli dello Stato».[10]


Presto ci fu lo scontento anche nei confronti di Vitellio ed in Oriente emerge una nuova figura come antagonista.
Vespasiano, un generale che come detto precedentemente era stato inviato nell’anno 67 da Nerone in Giudea a sedare una rivolta. Vespasiano, proclamato Imperatore dal prefetto dell’Egitto il 1° luglio del 69, viene riconosciuto dalle sue legioni della Giudea, e poi dalla Siria, dalle province danubiane, da quelle orientali e dai maggiori regni clientelari. Mentre Vespasiano lascia il figlio Tito in Giudea ed occupa l’Egitto, le legioni siriane, al comando di Licinio Muciano e le danubiane sotto Antonio Primo, si dirigono verso l’Italia dove i soli eserciti danubiani sconfiggono i vitelliani a Cremona che viene orribilmente devastata e saccheggiata.
A dicembre dello stesso anno coloro che sostengono Vespasiano entrano a Roma e solo l’arrivo di Gaio Licinio Muciano impedisce che la città sia distrutta come Cremona. Il senato riconosce quindi in questo momento il nuovo Imperatore Vespasiano che giunge a Roma però solo alla fine dell’estate del 70. Con Vespasiano la possibilità di riabilitare la figura di Nerone viene meno. Il nuovo Imperatore, che elogiava il ricordo di Galba, revoca la libertà concessa da Nerone alla Grecia e apre la Domus Aurea. Dedica inoltre al dio Sole la statua gigantesca di Nerone.

«Con il consolidamento della sua nuova dinastia, quella dei Flavii e l’avvento di una moralità più rigorosa, oltre alla pubblicazione di opere ostili a Nerone come la tragedia Octavia e le storie di Plinio il Vecchio, la reputazione di Nerone come mostro venne fissata per l’eternità».[11]
10- LA “DAMNATIO MEMORIAE”
«Negli studi moderni troviamo ripetute infinite volte che Nerone subì quella che è chiamata la damnatio memoriae, la condanna del suo ricordo. La cosa non è vera, e il termine è impreciso e fuorviante per più aspetti. Infatti non lo si trova in alcuna opera antica: si tratta di un’espressione moderna modellata sul concetto giuridico, del tutto estraneo, di memoria damnata nel preciso senso di condanna postuma in tribunale di una persona accusata di perduellio o alto tradimento.
 Ciò nondimeno, l’espressione è venuta ad applicarsi senza distinzione a vari attacchi mossi a Imperatori o loro familiari, ad aristocratici e alti funzionari caduti in disgrazia. Il termine ebbe origine da specifiche sanzioni giuridiche intese a disonorare rei condannati attaccando la loro memoria e denigrando la loro reputazione non solo in vita ma anche dopo morte: così, i ritratti di un criminale potevano venir distrutti, il suo nome cancellato dagli atti e dai monumenti ufficiali, proibendo che altri lo portassero, e si poteva rifiutare la sepoltura e il compianto».[12]
Nerone poco tempo prima della sua morte era stato dichiarato nemico pubblico, come abbiamo già menzionato in precedenza ma a lui non vennero applicate quelle sanzioni che poc’anzi abbiamo citato. Infatti le sue statue ricomparvero nel Foro e i suoi atti non furono annullati né dal senato né tantomeno dai suoi successori. Dobbiamo ricordare inoltre che il suo stesso funerale era stato celebrato in modo normale senza alcuna modifica per quanto riguarda il programma di organizzazione e sepoltura.
La memoria di Nerone non fu condannata e gli atti di violenza, nei confronti delle statue che lo rappresentavano, erano per di più dovuti a sfoghi di rabbia privata e non voluta per volere di un verdetto che proveniva dalle alte sfere di coloro che decidevano. Dopo degli attenti studi e ricerche si è potuto constatare che molte immagini di Nerone furono nel corso degli anni seguenti alla sua morte modificate e di nuovo modellate.
Una risposta che possiamo dare a questo fatto è che le trasformazioni di queste immagini non suonino come una precisa condanna ma che l’artista abbia voluto egli stesso identificare il soggetto che andava a rappresentare con la figura dello stesso Nerone. Inoltre Nerone godette del raro privilegio di avere dei ritratti postumi come possiamo evincere da una serie di testimonianze che sebbene siano sparse in vari luoghi sono davvero impressionanti.
La prima è una statua di Nerone che è stata rinvenuta nella città di Tralle in Asia Minore e che gli esperti del settore collocano all’età degli Antonini e precisamente alla metà del II secolo d.C. Tutto questo per dire che qualcuno eresse una statua di Nerone ben un secolo dopo la sua morte. Stessa cosa riguarda un busto-ritratto in bronzo oggi conservato nella Biblioteca Vaticana e che gli studiosi collocano la sua fabbricazione durante il regno dell’Imperatore Gallieno, vale a dire metà circa del III secolo d.C. Tutto questo serve per rammentare che l’interesse per il ricordo dell’Imperatore Nerone non era andato declinandosi con il tempo anzi, tutt’altro.
 L’ultimo della dinastia Giulio-Claudia era una delle figure più popolari anche dopo tali date appena citate: su alcuni medaglioni del tardo IV secolo d.C. ritroviamo ancora spesso la sua figura.
 «Il più stupefacente ritratto postumo di Nerone è un cammeo che si trova oggi nella biblioteca pubblica di Nancy, nella Francia meridionale. Pur non essendo datato con sicurezza – vi sembra rappresentato il tipo dei suoi ritratti del periodo 59-64 d.C. - esso intende sicuramente raffigurare un Nerone non più vivo. La metà inferiore del cammeo è dominata da un’aquila in piedi con le ali spiegate e il corpo rivolto allo spettatore, la testa di profilo e volta a destra. Nella metà superiore, a destra del centro, c’è Nerone seduto sulla schiena dell’aquila, col corpo rivolto anch’esso verso lo spettatore e la testa di profilo, volta a sinistra. Ha una barba leggera e porta sul capo una corona d’alloro. Sulle spalle ha l’egida col gorgoneion, ossia l’emblema di Giove con la testa di Medusa, con i lembi svolazzanti al vento. La parte inferiore del corpo è coperta da un mantello le cui pieghe sono visibili sopra la testa dell’aquila. L’Imperatore porta i sandali e tiene il braccio destro disteso. Una piccola Vittoria, o forse una statuetta della dea, sembra prendere il volo dalla sua mano; con le due mani levate essa porge a Nerone quella che potrebbe essere una corona d’alloro. Nerone porta nel cavo del braccio sinistro una cornucopia traboccante di frutti. L’aquila che lo sostiene ha dei fulmini negli artigli e tiene lo sguardo fisso su Nerone, portatore di vittoria e di abbondanza. Dal punto di vista iconografico questa scena è inequivocabile. Si tratta di un’apoteosi. Circondato da attributi divini, Nerone viene portato tra gli dèi dopo la morte: per tradizione, era l’aquila di Giove a portare gli Imperatori defunti in cielo. Qui l’Imperatore non è soltanto Nerone l’eroe, ma Divus Nero, Nerone il Dio. La constatazione della sua vibrante sopravvivenza deve orientare la nostra attenzione non tanto sulle eventuali vere intenzioni o sulla reale natura delle sue azioni, quanto sul modo in cui egli intendeva che venissero percepite, e in cui effettivamente le percepì un pubblico ricettivo. Alla luce della sua sopravvivenza dobbiamo chiederci non già se Nerone fosse un uomo buono o un buon Imperatore, ma come mai poteva apparire tale».[13]





      



CAPITOLO SECONDO

Le fonti storiografiche: i detrattori e la leggenda “nera” su Nerone
                                 
Venendo alla questione relativa alle fonti storiografiche, dobbiamo considerare tre fonti fondamentali che sono: Tacito, Svetonio e Dione Cassio. In alcuni casi coincidono in modo più o meno netto. Ma questi autori si sono basati per redigere i propri scritti anche a delle fonti comuni che sono andate, fino ad oggi, perdute.

1-     TACITO
Iniziando la nostra ricerca con la figura di Tacito dobbiamo dire che quest’ultimo è forse considerato come il maggior esponente di storiografo di epoca romana. «Rivestì il ruolo di senatore sotto il principato di Domiziano, di Nerva e di Traiano e nel 97 divenne console e, circa quindici anni dopo, proconsole d’Asia. Delle sue opere noi analizzeremo quella degli Annali che è anche la sua opera finale e racconta in modo spettacolare la storia di Roma dalla morte di Augusto ma che si interrompe in modo improvviso al sedicesimo libro con la morte di Trasea Peto».[14] Iniziando la nostra veloce analisi dal libro tredicesimo, capitolo primo, veniamo a sapere dell’avvelenamento di Giunio Silano che rivestiva il ruolo di proconsole d’Asia. Tacito scrive che l’uccisione venne per volere di Agrippina mentre ignaro di tutto fu Nerone. Da questa notizia possiamo capire che Tacito voleva pubblicamente accusare Agrippina. La morte di Silano viene raffigurata quindi come una ingerenza politica agli albori del regno di Nerone. Nel secondo capitolo del tredicesimo libro degli Annales vengono introdotte due figure cardini della vita dell’Imperatore: Afranio Burro e Anneo Seneca.
Senza la loro presenza, si sarebbe insistito nelle uccisioni e la lotta comune dei due si rivolgeva alla figura di Agrippina che come lo stesso Tacito ci rammenta era infiammata da tutte le voglie di una pessima tiranna. La figura dei due personaggi vicini a Nerone, quindi, diede a quest’ultimo regole di costume e una cultura oltre che una certa linea di vita “morale”. Dopo aver chiarito la situazione nella quale si trovava il giovane Nerone, nei capitoli dal 3 al 5, continua la sua presentazione attraverso l’elenco delle sue direttive oltre che dei suoi primi atti. Tacito inoltre denota che Nerone fin dalla prima fanciullezza aveva dedicato molta cura alle arti figurative, alla musica, alla equitazione e anche alla poesia. Tacito ci descrive anche l’esposizione del discorso che il nuovo Imperatore fece per la prima volta davanti al senato. Nerone parlò ricordando gli esempi dei suoi predecessori e chiariva inoltre il fatto che egli non saliva al potere gonfio di rancori o come portatore di odi di vario genere. Nel capitolo 5, oltre all’elenco dei primi atti di governo da parte di Nerone, abbiamo anche la descrizione del ricorrente contrasto tra la figura della madre Agrippina e quella dei precettori dell’Imperatore, Seneca e Burro. Nel capitolo 6, invece, possiamo notare, attraverso la descrizione di Tacito, come le voci che circolavano per Roma descrivevano l’allora giovane Imperatore diciassettenne come una figura in mano ad una donna potente che era rappresentata dalla figura della madre e che non avesse alternativa nel lasciare ai suoi precettori le operazioni di guerra. I capitoli successivi al 9 continuano a descrivere gli inizi del regno di Nerone ed affermano la moderazione dell’Imperatore ed il suo desiderio di astenersi dai poteri e da onori che non sono consoni alle tradizioni romane. Questa serie di atteggiamenti vengono presi da Tacito come segni della decadenza del potere di Agrippina e dell’accrescersi dell’influenza di Seneca. Il motivo dominante è quindi sempre quello del conflitto tra le figure dei due precettori e quella di Agrippina, mentre la stessa figura del principe sembra quella di un ragazzo in mezzo ad una tempesta di ritornanti rivalità.
La figura di Nerone nei capitoli a partire dal capitolo 25 si fa sempre più interessante ed egli prende sempre di più uno spazio importante sulla scena anche se lo stesso Tacito nello stesso capitolo 25 ci riferisce i bagordi del principe con queste parole:
Nerone, travestito da schiavo, scorrazzava per le vie della città, per i lupanari e le osterie, in compagnia di gentaglia che rubava le merci esposte in vendita e malmenava i passanti; e le sue vittime erano tanto lontane dal riconoscerlo che non gli risparmiavano colpi di cui poi portava i lividi sul volto”. [15]

Andando però oltre a questi comportamenti lo stesso autore Tacito nei capitoli immediatamente successivi ci dice che gli atti di governo emanati nel corso dell’anno 56, vengono attribuiti alla sola figura del principe senza alcuna influenza da parte di coloro che gli erano vicini. La situazione si fa però molto interessante a partire dal libro quattordicesimo quando vengono descritti i preparativi tramite i quali la ormai asfissiante Agrippina doveva essere eliminata. Nerone, che aveva come amante la figura di Poppea, viene influenzato da quest’ultima a commettere il terribile matricidio come ci descrive lo stesso Tacito. Nerone, in cui per la consuetudine al potere era cresciuta l’audacia e che di giorno in giorno bruciava sempre di più la passione per Poppea, non volle rimandare un delitto a lungo meditato. Poppea, non potendo sperare che Nerone la sposasse e divorziasse da Ottavia mentre era ancora in vita la madre Agrippina, con frequenti recriminazioni e talvolta sarcasmi, assillava il principe e lo definiva un fantoccio, perché, sottomesso agli ordini altrui, non solo non controllava l’Impero, ma neppure la sua libertà personale.
Dopo la morte della madre, verso la fine del libro quattordicesimo, Tacito ci descrive anche la morte della figura di Burro e il ritiro a vita privata di Seneca. Burro muore come descritto nel capitolo 51 in questo modo:
Burro morì, non si sa se per malattia o per veleno. Che fosse morto di malattia lo si arguiva dal fatto che la gola gli si era gonfiata internamente fino a bloccare le vie respiratorie e a togliergli il fiato. I più invece affermavano che, per ordine di Nerone, gli si spalmò sul palato una sostanza velenosa con il pretesto di applicargli un rimedio e che Burro, accortosi del delitto, quando Nerone andò a fargli visita distolse lo sguardo da lui e alle sue domande rispose soltanto:
Io, per conto mio, sto bene”.[16]

Il libro quattordicesimo si conclude con l’efferato omicidio di Ottavia che come ci dice l’autore degli Annali: “strettala in catene, le aprirono le vene per tutte le membra e, poiché il sangue gelato dal terrore fluiva troppo lentamente, la soffocarono tra i vapori di un bagno bollente”[17] e l’unione attraverso le nozze con Poppea. Entrambi i fatti suscitano in Tacito uno sdegno lampante.

 Nel libro quindicesimo degli Annali al capitolo 38 viene descritto l’incendio della città di Roma. Così viene introdotto dallo stesso autore:
Seguì poi un disastro, non si sa se dovuto al caso o alla perfidia del principe (le fonti offrono entrambe le versioni), ma certamente più grave e terribile di ogni altro che si sia mai abbattuto su Roma per la violenza del fuoco”.[18]
 Tacito quindi non si espone a emanare un verdetto sulla sua origine. Tacito ci dice anche però che Nerone una volta informato e tornato a Roma da Anzio:
Ma, per recar sollievo al popolo rimasto privo di case e costretto ad andar vagando qua e là, Nerone fece aprire il Campo Marzio, i monumenti di Agrippa e perfino i propri giardini, e fece costruire degli alloggiamenti improvvisati che accogliessero la massa dei cittadini rimasti privi di ogni mezzo”.[19]
 Continuando nel suo racconto al capitolo 39, sempre secondo delle voci che erano circolate, riferisce anche che:
nel momento stesso in cui la città era in preda alle fiamme, egli era salito sul palcoscenico del Palazzo imperiale e aveva cantato la caduta di Troia, raffigurando in quella antica sciagura il presente disastro”.[20]

Nel capitolo 40 Tacito torna ad accogliere voci che risultano ostili a Nerone, dicendoci che quest’ultimo cercasse la gloria di fondare una nuova città e di darle il suo nome.
 Nel capitolo 44 possiamo leggere, oltre all’allontanamento della sua responsabilità sulla causa dell’incendio, l’inizio della persecuzione contro i cristiani, con queste parole:
 “Allora Nerone, per sfatare tale diceria, presentò come colpevoli e sottopose alle più raffinate torture coloro che si erano resi odiosi per le loro nefandezze ed erano chiamati Cristiani dal volgo (…) In un primo momento furono arrestati coloro che confessavano la loro fede, poi, su loro denuncia, moltissimi altri furono giudicati colpevoli non tanto del delitto d’incendio quanto di odio per il genere umano. E alla loro morte si accompagnò anche il dileggio: furono coperti di pelli ferine e fatti sbranare dai cani oppure vennero crocifissi o arsi vivi perché come torce servissero da illuminazione notturna, dopo il tramonto del sole”.[21]
Benché si trattasse di colpevoli, che avevano cioè meritato punizioni così particolari, nasceva però nei loro confronti anche un senso di pietà, trattandosi di vittime sacrificate non al pubblico bensì alla crudeltà di uno solo.
 L’ostilità contro Nerone prosegue nel capitolo 45, dove a causa sua, si narra: “Frattanto, per raccogliere denaro, si saccheggiò l’Italia e si rovinarono economicamente le province, i popoli alleati e quelle città che vengono chiamate libere”.[22]

Nel capitolo 48, Tacito inizia a parlarci della congiura di Pisone dell’anno 65. Si chiarisce in questo capitolo la figura di Pisone e nei capitoli immediatamente seguenti viene stilato un elenco delle persone che ne fecero parte. Una volta scoperta la congiura, Nerone a partire dal capitolo 58 corre ai ripari con una serie di strategie per difendersi da coloro che lo volevano morto:
Mentre in Nerone cresceva di giorno in giorno la paura, benché avesse moltiplicato intorno a sé il numero delle guardie (…) serrò, per così dire, Roma stessa in una prigione, facendo presidiare le mura da manipoli di soldati, mentre persino il mare e il fiume venivano occupati”.[23]
 Il capitolo successivo ci descrive la fine dello stesso Pisone che morì dopo essersi tagliato le vene delle braccia. Importante, in seguito, è la morte di Seneca che, sebbene non direttamente coinvolto nella congiura, viene eliminato. Il libro quindicesimo si conclude con il riferimento che a Nerone vengono tributati particolari onori:
 “Allora si decretarono offerte e cerimonie di ringraziamento agli dèi con particolari celebrazioni in onore del Sole, perché con la sua divina potenza aveva svelato i segreti della congiura. Si stabilì inoltre che i giochi del circo in onore di Cerere fossero celebrati con un maggior numero di corse di cavalli, che il mese di aprile prendesse il nome di Nerone, e che si consacrasse un tempio alla dea Salute in quel luogo da cui Scevino aveva preso il pugnale”.[24] Al capitolo 6 del libro sedicesimo viene descritta la morte di Poppea che casualmente, in uno sfogo d’ira di Nerone, venne colpita, gravida, da un calcio del marito. Con il capitolo 35 si conclude quello che rimane degli Annali di Tacito.



2-     SVETONIO
Andiamo adesso a sottoporre la vita svetoniana di Nerone a un’analisi corrispondente a quella svolta per gli Annali di Tacito. Iniziamo innanzitutto a delineare la figura di Svetonio che fu un equestre e che rivestì molte cariche amministrative sotto Traiano e Adriano nella prima parte del II secolo. La Vita di Nerone è contenuta nel libro Vite dei dodici Cesari, versione storica da Cesare a Domiziano. La Vita di Nerone inizia con un racconto della sua famiglia cioè quella dei Domizi Enobarbi, dove dal capitolo 1 sino a quando non si parla della figura di Nerone e vale a dire il capitolo 6, abbiamo un elenco di tutte le caratteristiche più denigratorie nei confronti dei componenti di questa famiglia. Il capitolo 6 parla infatti della nascita di Nerone e descrive anch’esso, come è tipico in Svetonio, tutti quei particolari scabrosi e piccanti che riguardano la sua esistenza. Ad esempio Svetonio ci dice:
Per molte persone che in quel momento stavano facendo numerose e tremende predizioni sul suo oroscopo, fu come un presagio anche la frase del padre Domizio, il quale, mentre gli amici si congratulavano con lui, affermò che da lui e da Agrippina non poteva essere nato nulla che non fosse detestabile e funesto per tutti”.[25]
 Con il capitolo 10, Svetonio a differenza di Tacito ci narra che Nerone nei primi momenti del suo principato non abbia avuto alcuna personalità che lo sovrastasse come era stato descritto negli Annali con la figura della stessa Agrippina e dei suoi precettori. Sempre nel capitolo 10, Svetonio ci indica come Nerone voglia governare secondo il modello augusteo attraverso uno spirito clemente ed amabile.
«Secondo Svetonio, atteggiandosi a principe saggio e generoso, Nerone provvide a sgravi fiscali, inoltre viene data anche notizia di distribuzione di denaro al popolo, di assegni fissi per sovvenire i senatori le cui famiglie fossero cadute in miseria e inoltre di una distribuzione mensile gratuita di cereali per gli appartenenti alle coorti pretorie».[26]
I capitoli che vanno dal 7 al 19 elencano una serie di notizie dove sarebbe difficile affermare che ci sia una certa ostilità nei confronti della figura di Nerone. Infatti in questi capitoli non ritroviamo nessuna traccia di spunto polemico. Ad esempio al capitolo 12 si dice che Nerone non voleva che ci fossero vittime umane durante un combattimento fra gladiatori. Quest’ultima notizia ricalca quindi una considerazione che viene vista positivamente da Svetonio. L’unico piglio negativo che possiamo notare a metà capitolo è quello nel momento in cui si descrive, senza però ostilità, le caratteristiche elleniche che sempre più spesso Nerone fa prendere ai giochi romani, allontanandosi dai costumi tipici fino a quel momento in voga. Nel capitolo 16 lo stesso autore Svetonio ci narra:
 “Escogitò nell’Urbe un nuovo tipo di edifici, facendo erigere davanti agli isolati e alle case dei porticati sormontati da terrazze, da dove si sarebbe potuto combattere gli incendi: e l’erezione dei porticati avvenne a sue spese”.[27]
 Quindi in quest’ultimo capitolo viene rinfrancato ancora di più il carattere non ostile della fonte nei confronti di Nerone. Nel capitolo 18 si riferisce quanto Nerone non fu mai preso in nessun modo né dal desiderio né dalla speranza di accrescere e di estendere l’Impero. Dalla fine del capitolo 19, però, l’atteggiamento di Svetonio cambia nei confronti dell’Imperatore come lo stesso autore ci narra:
 “Ho radunato assieme tutti questi atti, di cui alcuni non meritano alcun biasimo, e altri sono persino degni di non lievi elogi, in modo da dividerli dalle sue vergogne e dai suoi delitti, di cui parlerò a partire da questo momento”.[28]
 Questo cambiamento nel giudicare la figura del principe potrebbe essere causata, quasi sicuramente, dal cambio di fonte, a cui lo stesso Svetonio attinge. Ad esempio se prendiamo il capitolo 21 e il 22, ritroviamo una figura di Nerone che è preoccupata solamente per i giochi e le corse dei cavalli e non lo è per la stabilità e la linea del suo governo. Lo stesso viaggio in Grecia viene descritto come personale capriccio di Nerone dove quest’ultimo sosteneva che solo i Greci sapevano ascoltare e che solo loro erano degni di lui e della sua arte.
 Dal capitolo 26, dopo il ritorno di Nerone dal viaggio effettuato in Grecia, abbiamo uno scorrere di notizie alquanto negative nei confronti di Nerone che non si discostano di molto da quelle che ci aveva dato Tacito attraverso la lettura della sua precedente opera anche se, in questo contesto, vengono notevolmente enfatizzate.
 Nerone viene raffigurato come dedito a scorribande serali in vari quartieri; vengono descritte persino, nel ventottesimo capitolo, le sue relazioni con donne sposate e le violenze sessuali perpetrate alla vestale Rubria, fino ad arrivare al comportamento incestuoso con la stessa madre Agrippina. Al capitolo 30 Nerone viene accusato di gravare con la sua serie di sperperi finanziari, fino ad arrivare con il capitolo 32 a vessazioni in campo sempre fiscale nei confronti degli stessi cittadini:
“si volse alla calunnia e alla rapina”.[29]
 Nel capitolo 34 viene narrata, in modo analogo a quello di Tacito, la morte della madre Agrippina; dopo aver descritto nel capitolo precedente la morte di Claudio e di Britannico. Nel capitolo 35 vengono descritte invece le morti delle rispettive mogli Ottavia e Poppea e dei suoi precettori Seneca e Burro. Nel capitolo successivo viene citata sia la congiura di Pisone che si formò e fu scoperta a Roma che la repressione attuata da Nerone per porle fine. Fondamentale è la descrizione del capitolo 38 quando si affida completamente, senza alcuna ombra di dubbio, all’accusa nei confronti dell’Imperatore relativamente all’incendio della città di Roma:
“Ma non risparmiò neppure il popolo, né le mura della sua patria. Quando, nel corso di una conversazione, un tale citò il verso in greco “Dopo la mia morte, la terra scompaia pure nel fuoco”, egli disse “Anzi, scompaia quando sono ancora in vita!” e realizzò fino in fondo questo desiderio”.[30]
 Svetonio ci descrive come Nerone avesse come obiettivo quello di rinnovare in toto la città attraverso le fiamme; questa affermazione però cozza violentemente contro quella già sostenuta dallo stesso autore nel capitolo sedicesimo quando parlava del rinnovamento urbanistico e delle misure antincendio che avrebbe decretato Nerone a seguito del precedente incendio per la città di Roma.
 Se vogliamo, il racconto, che lo stesso Svetonio fa dell’incendio della città, si avvicina molto a quello descritto da Tacito, anche se diverge in modo evidente quando, in quest’ultimo, le notizie sul suo fautore vengono messe in forma dubitativa, mentre in Svetonio sono date per certe.
 La vita svetoniana di Nerone si conclude con il capitolo 57 dove viene riferito che, morì nel suo trentaduesimo anno di età e dove si fa menzione di un individuo che, vent’anni dopo la morte di Nerone, fosse apparso pretendendo di essere egli stesso l’Imperatore; tutto questo permise a questo “nuovo Nerone” di avere un forte sostegno dai Parti che da sempre rendevano omaggio alla figura dell’ultimo discendente della dinastia Giulio-Claudia.
«Con questo capitolo si conclude la vita svetoniana di Nerone senza che sia possibile affermare l’esistenza di una unica fonte per tutta la biografia di Svetonio, come non è stato possibile riconoscere un’unica fonte anche per tutte le notizie contenute negli Annali di Tacito».[31]


3-      CASSIO DIONE
La terza delle tre maggiori fonti sulla figura di Nerone che andiamo ad esaminare è quella di Cassio Dione, che va dal libro LXI al libro LXIII.
 Prima di iniziare la nostra analisi, facciamo una breve biografia dell’autore. Cassio Dione, nacque alla metà del II secolo e rivestì il ruolo sia di senatore, che di console e di governatore all’epoca dei Severi. Cassio Dione scrisse una monumentale Storia romana in greco, degli ottanta libri di cui l’opera era composta, abbiamo in originale solo quelli compresi fra la metà del I secolo a.C. e gli anni quaranta del I secolo d.C.; in quest’ultima opera sono contenuti proprio i tre libri dedicati a Nerone che sono giunti in estratti compilati da Xifilino e Zonara, due monaci bizantini, il primo del XI secolo e il secondo del XII secolo ma che purtroppo non indicarono quanto del materiale fosse attinto da Cassio Dione e quanto ne fosse attinto da altra/e fonte/i.
«Agli inizi del LXI libro viene riferito come la vera giustizia avrebbe dato il regno alla figura di Britannico, che era il figlio legittimo di Claudio, mentre il potere passò, legalmente, nelle mani di Nerone che era stato adottato. Viene quindi, attraverso questo passo, contrapposto il diritto naturale che avrebbe dato ragione a Britannico al diritto strettamente legale che giustificava la successione di Nerone: tutto questo non si trova nelle altre fonti».[32]
In questo libro viene elencato anche il cattivo pronostico che il padre Domizio fece nei confronti del figlio come ritroviamo in modo identico a quello fatto da Svetonio nella sua opera. Nell’opera di Cassio Dione abbiamo l’identica rappresentazione del carattere di Nerone che ci aveva descritto Tacito. Infatti anche qui Nerone è descritto come una figura trascurabile, e che viene spesso sopraffatta da quelle più imponenti di Agrippina, Seneca e Burro. Infatti nel LXI, 4,1 si parla di Nerone come di un principe svogliato e pigro, e che rimane volentieri estraneo all’amministrazione dello stato. Nei successivi paragrafi dello stesso capitolo viene riferito che i suoi precettori appagavano ogni suoi desiderio, pur di essere loro stessi a governare e non capendo che tutto questo avrebbe provocato un rovinoso peggioramento nel comportamento di Nerone che, come si narra nel capitolo 5, iniziò ad imitare la figura di Caligola. Vengono descritti in seguito gli atti che compì come una figura di despota:
“Furono infatti innumerevoli le violenze, gli abusi, le spoliazioni e gli assassini sia da parte di Nerone medesimo, sia da parte di coloro che di volta in volta acquisivano potere presso di lui. Del resto, come inevitabilmente consegue a simili situazioni, grandi somme di denaro venivano spese, grandi somme venivano racimolate iniquamente, e altrettante venivano rastrellate commettendo dei soprusi”.[33]
Nel capitolo 6 si parla della morte di Marco Giunio Silano, e la sua eliminazione, come era accaduto nel caso di Tacito (Annali 13,1), viene attribuita al volere della madre Agrippina.
«Con la decadenza del prestigio di Anneo Seneca e di Afranio Burro e della loro influenza sul principe, questi perde ogni freno e ogni ritegno. Le analogie tra il racconto di Tacito e quello di Cassio Dione procedono evidenti nei capitoli successivi».[34] Come era accaduto in Tacito, il consiglio di eliminare Agrippina parte dalla richiesta fatta da Poppea al principe:
“Quando Sabina venne a sapere ciò, persuase Nerone a sbarazzarsi di sua madre”.[35] (Libro LXI, cap. 12)
 Non c’è nessuna differenza nemmeno proseguendo la lettura, che tratta della morte di Agrippina, tra i due testi. Nel libro LXII al capitolo 13 viene riferito che Nerone nell’anno 62:
 “dapprima ripudiò Ottavia Augusta per Sabina, sua concubina, e in seguito la fece anche uccidere, sebbene Burro si fosse opposto e avesse avversato la sua decisione di ripudiarla, rivolgendogli persino, una volta queste parole: Ebbene restituiscile almeno la dote (alludendo con ciò al potere assoluto)”.[36]
 In merito a questo episodio, in cui la stessa figura di Burro rimprovera Nerone, dobbiamo dire che non si trova né in Tacito né tantomeno nel suo successore Svetonio. In merito alla disgrazia di Ottavia, però, ci sono analogie con quanto dice Tacito e lo stesso Cassio Dione. Per quanto concerne l’incendio di Roma, Cassio Dione dice:
“In seguito Nerone sentì il desiderio di realizzare quello che senza dubbio aveva sempre sperato, e cioè mandare in rovina l’intera città e il regno fintanto che era ancora in vita (…) Pertanto incaricò segretamente alcuni uomini, i quali, comportandosi come se fossero ubriachi o come se stessero commettendo qualche misfatto, dapprima appiccarono dei focolai in uno o due o, addirittura in più punti della città”.[37]  (Libro LXII, cap.16)
 Possiamo quindi capire attraverso questa descrizione dell’incendio come lo stesso Cassio Dione sia convinto che colui il quale deve essere imputato dell’immane disastro sia lo stesso Nerone e non come Tacito che rimaneva nel dubbio sulla questione.  Quando Cassio Dione ci parla delle abitudini sessuali del principe, queste si avvicinano molto a quelle descritte da Svetonio.
«Nelle ultime righe del racconto di Cassio Dione è ancora aggiunto il particolare che egli era, non soltanto l’ultimo dei discendenti di Augusto, ma anche l’ultimo dei discendenti di Enea, osservazione che non ha corrispondenza nelle altre due fonti e che Cassio Dione ripete. I confronti fatti fra Tacito e Cassio Dione fanno apparire che, per qualche parte, vi sono relazioni evidenti anche fra Cassio Dione e Svetonio. Ammettendo come possibile che la fonte di Cassio Dione sia una sola, bisognerebbe ammettere che questa fonte unica è comune a tutti e tre gli autori, ovvero che tutti hanno usato fonti plurime, almeno di non ammettere altri più sofisticati rapporti con le fonti originarie. In complesso non è facile formarsi un giudizio preciso su quanto ci rimane di Cassio Dione, poiché non si tratta di un testo completo, ma di un riassunto e di estratti».[38]

4-     GLI AUTORI CRISTIANI
Riguardo gli autori cristiani, di cui analizzerò soltanto alcune figure, dobbiamo asserire che questi videro sin da subito nella figura di Nerone la visione di un mostro o di una bestia che ritorna e che prende le sembianze dell’Anticristo.
Già lo stesso Lattanzio, scrittore latino-cristiano di origine africana (circa 250 – 330 d.C.), negli opuscoli "L'ira di Dio" e in special modo "Sulla morte dei persecutori", trovò accenti di estrema asprezza contro gli imperatori romani avversi ai cristiani e ne presentò la fine miserevole come segno della collera di Dio. Tra questi, appunto, rientra anche la figura di Nerone: Lattanzio afferma che l'Imperatore non si limitò alla persecuzione dei cristiani solamente nella capitale ma che abbia abbracciato questa linea anche in tutto l'impero. Ciò è improbabile però, dato che non esistono altre fonti in merito e che Lattanzio non poteva avere cognizioni precise degli avvenimenti svoltisi sotto Nerone.
Inoltre il Cristianesimo, intorno all'anno 60, non aveva per le autorità romane un'importanza tale per cui queste si sentissero obbligate a procedere contro questo movimento con misure legali.
La leggenda dell’Anticristo, nel corso del Medioevo, riprende un certo risalto e, sebbene nel corso dei secoli molti sovrani furono visti come dei veri e propri Anticristi, sarà proprio la figura di Nerone che ricorrerà per la maggiore. Tutto questo fu causato da una serie di leggende e superstizioni che vengono fatte risalire all’Apocalisse.

«Come è noto, questa visione apocalittica fu composta pochi anni dopo la terribile persecuzione neroniana ed i martirii inflitti ai Cristiani, accusati da Nerone di avere appiccato l’incendio a Roma. Nell’Apocalisse l’Imperatore è raffigurato sotto la forma della Bestia.
 “Tutta la terra dice il visionario (cap. XIII), si mise ad adorare la Bestia dicendo: chi è da paragonarsi con la Bestia e chi può combattere con lei? E le fu dato una bocca che proferiva parole arroganti e bestemmie e le fu data potestà di agire per quarantadue mesi. Ed ella aprì la bocca per bestemmiare contro Dio, per bestemmiare il suo nome, il suo tabernacolo e quelli che abitano nel cielo. E le fu concesso di far guerra ai Santi e di vincerli”.
E nel cap. XVII:
“la Bestia che hai veduto era e non è più: sta per salire dall’abisso e per andarsene in perdizione; e gli abitanti della terra, cui nomi sono iscritti nel libro della vita, fin dalla creazione del mondo, si stupiranno a veder che la Bestia era e non è più e sta per riapparire”.
 Queste ultime parole “sta per riapparire” accennano alla credenza dell’apparizione dell’Anticristo».[39]
Il ricordo della figura di Nerone riaccende quindi l’idea al profeta che Roma, la quale rappresenta la nuova Babilonia, sia intrisa dalla corruzione e dalla depravazione auspicandone quindi la sua distruzione tramite le fiamme più vivaci. Nel Martirio di San Pietro[40] si leggono, al capitolo II, le seguenti parole:
 “ma avvicinandosi il tempo in cui la fede e il lavoro del Beato Apostolo dovevano essere rimunerati, il capo della perdizione, cioè l’Anticristo Nerone, il colmo di ogni iniquità prevenendolo comandò che egli fosse preso e chiuso in carcere squallidissimo con catene ai piedi”.
 Colmo di ogni iniquità è quindi rappresentato l’Imperatore Nerone. Nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, il personaggio dell’Anticristo è chiamato “Figlio della perdizione” ed è proprio con questo termine che Paolo identifica l’ultimo della dinastia Giulio-Claudia. Lo stesso San Gerolamo scriverà che, per la sua crudeltà e turpitudine, Nerone sarebbe stato il vero Anticristo.

L’ autore Sulpicio Severo che scrisse il suo Chronicon intorno all’anno 400 d.C. ci dice che Paolo venne a Roma durante il regno di Nerone, “il quale non solo di tutti i re e   di tutti gli uomini, ma anche di tutte le bestie fu il più sozzo, sicché nell’ opinione di molti egli fu ritenuto precursore dell’Anticristo”.
«Nella tradizione degli scrittori cristiani rimase viva e potente la voce dell’Apocalisse, ed era trasparente nella Bestia di quel libro, nebulosamente profetico, l’allusione a Nerone persecutore dei cristiani. (…) Naturalmente questa credenza in Nerone redivivo e tornante alla fine dei secoli non passò senza acri derisioni e forti opposizioni. Lattanzio nel suo libro la tratta come forma di delirio. Egli anzi dice che il credervi è peccato, come peccato credere che siano due i profeti riserbati alla fine del mondo. Anche Sant’Agostino nell’opera De Civitate Dei parla a lungo di tal credenza; ma conclude che essa è molto strana. Malgrado la critica di scrittori così autorevoli la leggenda rimase e si trasmise, benché molto limitatamente. Ne troviamo ancora un cenno nella cosiddetta corrispondenza fra Seneca e Paolo. Come è noto, questa corrispondenza è una falsificazione di età posteriore, e probabilmente è una traduzione di un originale greco, che si aveva in due redazioni, e di cui ci rimase, tradotta in latino, solo la redazione minore. Ora nella dodicesima lettera si legge: “Cotesto grassatore, chiunque egli sia, a cui la carneficina è voluttà, e la menzogna è il mezzo di celarsi, è destinato al tempo suo. Come dei buoni ciascuno è consacrato per la redenzione di molti, così questo maledetto per la redenzione di tutti dovrà essere abbruciato dal fuoco” (Senecae opera, edit. Haase, Supplementum, p. 78.). In questo passo sono conservati i particolari e i colori della leggenda Neroniana: vi si dice infatti che l’Anticristo è un grassatore, che è destinato alla fine dei secoli, che è già maledetto, che sarà condannato al fuoco eterno».[41]
La fede nella venuta dell’Anticristo si concepì oltretutto nel pensiero del popolo che vedeva nella caduta dell’Impero di Roma la fine dei tempi. Con questa visione nacque inoltre una leggenda che narrava l’arrivo dei Goti, i quali avrebbero preso la città eterna e dallo stesso canto avrebbero liberato dalla condanna pagana i cristiani. Ma nel frattempo la leggenda ci narra anche il riemergere della figura di Nerone: il quale si riappropria di Roma e si associa al potere altre due figure. Egli non si configura nella vera e propria rappresentazione dell’Anticristo, ma più precisamente in quella del suo profeta: sorge anzi contro di lui il vero Anticristo, che è a capo dei Persi, dei Medi, dei Caldei e dei Babilonesi.  Il vero Anticristo arriva a sconfiggerlo e ad ucciderlo insieme ai suoi stessi compagni. Questa leggenda viene menzionata da San Gerolamo, Sant’Agostino e da Sulpicio Severo fino ad arrivare nel Medioevo profondo.
Il contemporaneo Massimo Fini scrive inoltre: "Pochi personaggi storici hanno goduto di così cattiva stampa come Nerone”. Per tutto il Medioevo la leggenda di Nerone-Anticristo ebbe infatti larga presa: “Papa Pasquale II (1099-1118) si convinse che i corvi che gracchiavano sul noce vicino alla tomba dei Domizi-Enobarbi (da cui l'Imperatore discendeva) fossero demoni al servizio di Nerone o lo stesso Nerone in attesa di reincarnarsi. Perciò abbatté noce e tomba e al loro posto eresse una cappella che si sviluppò poi nell'attuale chiesa di Santa Maria del Popolo”.[42]





CAPITOLO TERZO
Gerolamo Cardano
1-     VITA E OPERE
Gerolamo Cardano nasce a Pavia il 24 settembre del 1501 e muore a Roma il 21 settembre del 1576. Fu scienziato, umanista, filosofo naturale, medico, astrologo e matematico di fama mondiale.
Addottoratosi in Medicina a Padova nel 1526, nel 1534 ottenne l’incarico di insegnante di Matematica a Milano, pur continuando nell’esercizio medico. Nel 1544 fu professore di Medicina a Pavia; tornato a Milano, si dedica alla composizione della Ars Magna (1545), un’opera di algebra che fa del Cardano una delle figure più illustri della scienza del Rinascimento, ma che gli procurò aspre polemiche circa la priorità della scoperta della soluzione dell’equazione di terzo grado (la cosiddetta “formula di Cardano”) contestatagli dal matematico N. Tartaglia per un decennio.
Pare infatti che parte della soluzione dell’equazione cubica gli fosse stata comunicata dallo stesso Tartaglia; la soluzione è detta comunque di Cardano-Tartaglia.

«Il Cardano fece inoltre ricerche, in vari campi della Fisica: un celebre teorema sui moti ipocicloidali, l’invenzione della sospensione che da lui prese nome, una dimostrazione dell’impossibilità del moto perpetuo e studi sulla densità dei corpi in base alla loro rifrazione. La sospensione è articolata in modo da permettere ad un oggetto ad essa collegato la rotazione in qualunque senso. Tale tipo di sospensione è adoperato soprattutto nelle costruzioni navali e ad essa è collegata la scatola della bussola perché ai vari movimenti delle imbarcazioni, dovute alle condizioni del mare, lo strumento mantenga sempre la posizione orizzontale onde consentire l’orientamento. Inoltre fu l’inventore del “cardano”, un giunto articolato che consente la trasmissione del moto rotatorio tra due alberi concorrenti in un punto, formanti tra di loro un angolo quasi piatto (giunto che viene tuttora usato in molteplici veicoli). Ma, autentico esponente della cultura rinascimentale, Cardano fu anche scrittore e filosofo di posizione intermedia tra Telesio e Bruno con la sua maggiore opera filosofica: il De subtilitate (1547), vera enciclopedia scientifica del tempo, con frequenti appelli all’esperienza contro le opinioni di Aristotele. Nel 1562 Cardano fu imprigionato a Bologna dall’Inquisizione perché sospetto di tendenze eretiche e nel 1570 proprio il suo libro De rerum varietate (1557) fu incriminato dal tribunale dell’Inquisizione che costrinse Cardano ad abiurare e ad abbandonare l’insegnamento. Scrisse inoltre un’autobiografia (De vita propria), pubblicata postuma nel 1643».[43]




CAPITOLO QUARTO

Il Nerone “Moderno” nell’opera di Gerolamo Cardano “Neronis Encomium”

1-     IL CONTESTO
Gerolamo Cardano nella sua sterminata opera di scrittore ci ha lasciato anche il Neronis Encomium. Scrisse il presente trattato nel 1562 in anni dominati dalle idee machiavelliane, da dove egli prese spunto. L'epoca in cui Cardano porta a termine la sua opera, si identifica in anni decisivi per i destini di Milano in quanto l'Imperatore Carlo V cedeva lo stato milanese nelle mani di Filippo II, suo figlio, il quale portò a termine una radicale riforma amministrativa allo scopo di limitare l'eccessivo potere del senato, dannoso per lo stesso sovrano. Cardano quindi si ispira alla realtà del periodo nel quale vive rapportandolo allo strapotere senatorio che dilagava nell'antica Roma. Alcuni storici, tra i quali Antonio Corsano[44], hanno accusato Cardano di avere un interesse per la figura di Nerone attraverso il suo risentimento personale nei confronti del senato milanese, colpevole di aver decretato la morte dello stesso figlio, Giovanni Battista Cardano che fu decapitato il 9 aprile del 1560 per tentato avvelenamento alla moglie.
Tornando alla tesi di Corsano, questa interpretazione appare però poco convincente in quanto la gestazione dell'Encomium era già precedente alla condanna del figlio. Nell’Encomium, Cardano non si limita a rivalutare la figura di Nerone ma giunge a definire Lucio Domizio Enobarbo come esempio di optimus princeps mettendo in discussione pertanto la vulgaris opinio su Nerone.

2-     NERONE E I CRISTIANI
 Venendo al tema che fa dell’Imperatore un grande persecutore dei cristiani, per esempio, Cardano ci dice che:
in primo luogo gli si rimprovera la crudeltà mostrata contro i cristiani, nell’occasione in cui fece uccidere anche Pietro e Paolo (questi furono condannati a morte nel ’64 d. C. durante la persecuzione connessa con l’incendio di Roma n.d.r.), è molto vicina all’empietà. Fu una cosa spiacevole, certo, ma coinvolse anche molti altri Principi, quali Traiano, Decio e Diocleziano: eppure la si rinfaccia solo a Nerone.[45]
 Dobbiamo tenere presente che anche Decio fu responsabile di un’estesa persecuzione contro i cristiani avvenuta nel 250-251 d.C. e per quanto riguarda Diocleziano, l’Imperatore stesso volle farsi chiamare dal popolo Iovius, figlio di Giove, e allo stesso tempo attuò verso i cristiani una feroce persecuzione tra il 303 e il 304 d.C.
 “Infatti è dovere del principe saggio quello di salvaguardare la religione presente e di antica tradizione. Così fecero gli Antonini, gli altri ottimi principi e gli uomini onesti. Paolo all’inizio perseguitò i cristiani poi lui stesso divenne vaso d’elezione. Se un errore dev’essere considerato un delitto, allora Nerone in tale questione, non fu meno colpevole. Ma neppure Tacito e Svetonio accusano di ciò Nerone, piuttosto del fatto che avesse denunciato come autori dell’incendio degli innocenti. Se si analizza bene la questione, appare evidente che Nerone non fu odiato solo dai cristiani, che a quel tempo erano già abbastanza numerosi, ma anche da tutti gli altri: i cristiani lo detestavano perché li aveva condannati crudelmente per una falsa accusa; il popolo, in particolare i sacerdoti degli idoli, perché in passato egli aveva sempre impedito che quelli fossero condannati per la loro religione. Perciò, ardendo di invidia, diffusero la voce che autori dell'incendio fossero stati i cristiani, incitarono la folla contro di loro: Nerone allora permise di punirli, e in tale decisione i suoi nemici trovarono il pretesto per insultarlo, come se avesse comminato una punizione per un'accusa falsa o di poca importanza: infatti ritenevano l'incendio di Roma un delitto meno grave rispetto alla negligenza del culto dei loro dei”.[46]
 Cardano continua dicendo che:
" Ma se Nerone va criticato per i supplizi inflitti ai cristiani, ancor di più devono essere accusati Traiano, Decio e gli Antonini, che, senza alcun motivo e senza l'ombra di un sospetto, li condannarono addirittura con un editto (bisogna chiarire però che in verità solo Decio emanò un editto generale come detto prima mentre gli Antonini si limitarono a dei rescritti legati a particolari casi n.), loro che erano considerati miti e pieni di umanità! Nerone non li condannò i cristiani con un editto ma solo in conseguenza dell'incendio, e sebbene fosse considerato crudele, non ricorse alla sua autorità imperiale per colpire. Fu costretto ad avversare i cristiani da uno scherzo del destino e ciò gli è stato rinfacciato come una colpa. Gli altri imperatori, che li odiarono con consapevolezza, i cristiani li lodano come uomini onesti ".[47]
A sostegno di quello che descrive e per rafforzare la sua tesi in cui afferma che Traiano non è poi così pio e clemente, Cardano ci cita uno scritto dello stesso Traiano inviato a GAIO PLINIO CECILIO SECONDO, detto il giovane (61-113 d. C.), nipote di Plinio il Vecchio, avvocato, questore, prefetto dell'erario, console e legato imperiale in Bitinia, famoso per il suo panegirico a Traiano che dice questo:
"Mio caro Plinio, hai fatto ciò che dovevi nell'esame delle cause di quelli che ti erano stati denunciati come cristiani, perché non si può istituire una regola generale che abbia, per così dire, una forma fissa.  Non c'è bisogno di perseguirli d'ufficio. Se vengono denunciati e si dimostra la loro colpevolezza, bisogna condannarli, ma con la seguente restrizione: chi negherà di essere cristiano e ne darà con i fatti la prova manifesta sacrificando i nostri dèi, anche se in passato sia stato gravemente sospettato, otterrà il perdono come premio del suo pentimento. Quanto alle denunce anonime, esse non devono essere prese in considerazione: sarebbe di pessimo esempio e del tutto contrario ai valori del nostro impero”.   (PLIN., Ep., X 97)
Traiano, come ci ricorda Cardano, ebbe per così dire la fortuna che la sua anima fosse stata richiamata dall'inferno, dicendo questo Cardano fa riferimento alla leggenda di Traiano dove si narra che San Gregorio Magno, udendo il racconto della benevolenza di Traiano verso una vedova, avrebbe pregato per l'anima dell'Imperatore, procurandogli così la salvezza.

Dante addirittura inserisce Traiano nel suo canto ventesimo del Paradiso. Canto che si svolge nel cielo di Giove, ove risiedono gli spiriti dei principi giusti. In sintesi, Traiano torna dall'Inferno per le fervide preghiere di san Gregorio Magno, che ottenne da Dio che egli risuscitasse per breve tempo, e in quel tempo si accese tanto di amore divino da guadagnarsi la beatitudine alla seconda morte.[48]
3-     NERONE A CONFRONTO CON GLI ALTRI PRINCIPI
Venendo al carattere di Nerone, l'autore dell'Elogio, Cardano, ci tratteggia un uomo mite e ribalta la ottima impressione che invece per conoscenza scolastica forse non abbastanza approfondita, abbiamo nei confronti di determinati imperatori passati alla storia come "buoni principi". Cardano per esempio attraverso le sue parole ci dice che “Nerone non danneggiò mai né i provinciali, né gli alleati né gli Italici; condannò a morte o all' esilio solo pochissimi senatori e ottimati infami e degni di ogni supplizio dello stesso senato, e non aggravò mai le pene da esso comminate, anzi spesso le diminuì o le annullò del tutto. Fu sempre a disposizione del popolo, dei poveri, degli onesti, delle persone colte. Il resto delle condanne lo rivolse contro l'ambizione e il potere dei suoi ottimati, e perciò dovrebbe essere considerato mite e giusto come Nerva e Traiano”.[49]

In seguito, l'autore ci elenca una serie di comportamenti che tennero alcuni principi per fare un paragone con la figura di Nerone, ad esempio, ci narra:
"Ma torniamo a quei sant'uomini di Cesare, Vespasiano, e degli Antonini. Prima vorrei dire qualche parolina su Tiberio, non certo per paragonarlo a Nerone, ma per mostrare quanto sia stato più crudele di lui. Vediamo piuttosto come si sia comportato nei confronti di quel pescatore che, mentre lui (Tiberio) si trovava in un luogo isolato, all' improvviso gli offrì una grandissima triglia; Tiberio si spaventò, e per punizione ordinò di strofinargli in faccia la triglia; poiché il pescatore, mentre subiva l'ingiusto castigo, manifestò la sua gioia per non avergli offerto un'aragosta altrettanto grande, Tiberio gli fece strofinare in faccia anche un'aragosta”.[50]
“Di azioni di questo genere ne fece un'infinità, superando ogni immaginazione. Non voglio ricordare tutti gli eruditi suoi amici che fece eliminare anche per cause insignificanti: dei venti assistenti che aveva richiesto allo stato per le questioni amministrative, ne lasciò in vita non più di due o tre. La sua indole feroce gli fu rimproverata sin dall' infanzia da Teodoro di Gadara, il suo insegnante di retorica, che lo aveva soprannominato "fango intriso di sangue". Non finirei più se dovessi enumerare tutte le crudeli imprese di questo mostro”.[51]
Continuando nella sua descrizione Cardano ci informa che...
 "penso che l'espressione più crudele di Nerone non riguardi assolutamente Domizio Nerone, che è il protagonista della mia opera, ma proprio Tiberio, che superò in crudeltà tutti gli uomini; se non si vuole accettare questa ipotesi, si dovrà almeno ammettere che l'espressione accomuna i tre Neroni; Tiberio, Claudio e Domizio. Infatti, benché   Claudio si chiamasse Tiberio Claudio Druso, suo padre si chiamava Nerone Druso.
Del resto, i discendenti di Tiberio, dico di Tiberio padre di Tiberio e Druso, che precisamente si chiamava Tiberio Nerone, che erano Tiberio Claudio e Domizio, furono tutti crudeli; ciascuno però per motivi diversi: Tiberio per la disonestà, Claudio per la stupidità e Domizio per la severità. Ma tralasciando queste storie, che non ci interessano, proviamo a confrontare Nerone con i principi migliori, anzi con quelli che sono stati divinizzati: cominciamo da Giulio Cesare, il quale, seppure non commise delitti contro i propri parenti, fece di peggio: tradì la repubblica e la ridusse in schiavitù; a proposito di crudeltà, uccise trecentomila Germani contro ogni norma giuridica e morale, visto che erano alleati.
Perciò Catone - Catone d' Utica 95-46 a.C., pronipote di Catone il Censore e tribuno nel 62 a.C., lottò contro Pompeo e Cesare, ma poi si schierò con il primo e contro il secondo. Dopo la battaglia di Tapso, non potendo più a lungo difendere Utica, si trafisse con la spada per non cadere nelle mani di Cesare - espresse il parere che, per espiare un delitto così grave e liberare lo stato dall' infamia e dal disonore, lo si dovesse consegnare ai parenti di quelli che aveva ingiustamente fatto ammazzare (…)”.[52]

“E c'è chi osa paragonare quest'uomo, sanguinario più di ogni altro, a Nerone! Ma ciò che è peggio è che la sua sete di sangue era dovuta soltanto all' ambizione, all' avidità e alla crudeltà, cosicché le cause del suo comportamento criminoso erano più turpi dei suoi stessi crimini. Cesare dunque può paragonarsi a Silla e Mario”.[53]


L'autore dell'Elogio rincara la dose dicendo che:
"Perciò è evidente che Nerone fu un principe, non un tiranno, e che fu clemente; al contrario Giulio Cesare fu un crudelissimo tiranno, non un principe. Tuttavia gli uomini erano giunti a un tale grado di follia, da vedere crimini dove non ce n' erano e fingere di non vederli dove invece ve ne erano di tanto grandi, da venir rimproverati anche da Plinio. Tutto ciò fu la conseguenza del regime di terrore instaurato dai successori di Cesare, che non solo condannarono e mandarono al rogo gli scritti di chi proclamava la verità, ma fecero giustiziare gli autori stessi di quelle opere, dopo aver anche confiscato i beni ai loro eredi. Venne accusato di lesa maestà, e condannato a morte anche chi scherzava sul divo Giulio o sul divo Augusto, o non si mostrava zelante e pieno di adulazione nei confronti della loro memoria. Nerone invece, poiché gli succedettero principi del tutto estranei alla famiglia Giulia, dovette subire tutti gli odi, la malevolenza e il disprezzo che furono concepiti durante l'impero dei Giulii, e che furono scaricati contro di lui in modo ingrato, ingiusto e ipocrita, solo perché non c' erano altri con cui potersi sfogare. E se i delitti dei suoi antenati non fossero stati tanto atroci e incredibili, sarebbero rimasti nascosti per sempre, perché la ferocia copre la ferocia".[54]
Cardano nella sua opera mette anche a confronto Nerone con uno dei suoi successori come Vespasiano che fu un uomo non appartenente alla vecchia aristocrazia romana, ma di estrazione italica. Egli infatti è nato a Rieti nel 9 d.C. e dopo aver ricoperto alcuni incarichi sotto Caligola (edile e pretore) ha combattuto per Claudio in Gallia e Britannia. Inviato in Giudea nel 67 d.C. cerca di riportare con la forza l'ordine nella regione. È un soldato, e soldato rimarrà fino alla fine. L'anno dei quattro Imperatori, il 69, si chiude con la sua ascesa.
Cardano nel suo elenco dei vari principi-imperatori ci dice: "Vespasiano che è considerato concordemente un principe ottimo e mite; inoltre la sua azione politica è nota a tutti, perché, grazie al fatto che la sua famiglia rimase al potere per soli ventotto anni (con i suoi successori Tito e Domiziano), non si poté nasconderla o modificarne strumentalmente i contenuti. La famiglia Giulia, invece, regnò per centoquattordici anni, cosicché tutta la memoria storica di quel periodo sotto Vespasiano era ormai stata cancellata. Infatti quasi tutte le opere scritte furono distrutte dagli editti dei crudeli governanti. La famiglia Giulia fu una fiaccola ardente suscitata dall'Inferno per ordine della giustizia divina allo scopo di punire i tanti mali causati dall'empio popolo romano. Di questa fiaccola l'estremità fu Nerone e, come tutte le cose che giungono alla fine, non solo fu debole, ma anche indulgente e mite: la vendetta divina era stata compiuta e dunque egli poteva volgersi alla giustizia e alla clemenza. Ma poiché i crimini di guerra e gli altri delitti commessi dall'instaurazione dell'impero ereditario rimanevano invendicati, Dio mandò in successione quattro diversi principi, i quali, per la loro furiosa ambizione, condussero gli eserciti a combattere fra di loro, infliggendosi a vicenda ferite mortali".
"Vespasiano, che non fu un ottimo principe ma fu molto astuto, va detto che Svetonio, in perfetta malafede, nascose i suoi delitti, favorendolo per qualche ignoto motivo”.[55]
C’è da dire infatti che lo stesso Svetonio nella sua Vita di Vespasiano al capitolo 12 descrive così l’Imperatore: «dall’inizio fino alla fine del suo principato, fu semplice come un contadino e clemente (…) lungi da ricercare con avidità qualche pompa esteriore…».
“Tuttavia si sa che, durante le guerre civili, quando si impadronì dell' impero con la forza e senza averne alcun diritto, fece scorrere molto sangue di concittadini e commise molti crudeli delitti, ma per mezzo dei suoi uomini, più che personalmente, e in particolare per mezzo di suo figlio, ma anche di Antonio e di Muciano”[56] (il primo senatore e abile generale al servizio di Vespasiano, il secondo, console nel 66 d.C. sotto Nerone, poi governatore della Siria, sarà uno dei maggiori sostenitori di Vespasiano e, sotto di lui, console nel 70 e 72 d.C.).
Plutarco ad esempio ci lascia scritto questo nei confronti del capostipite della famiglia dei Flavii:
Vespasiano uccise Empona, e dopo non molto pagò il fio di questo ingiusto assassinio con l'estinzione di tutta la sua stirpe. Benché allora fossero stati compiuti molti delitti crudeli, quel principato non subì nulla di più doloroso. Gli déi immortali odiarono questo crimine più di ogni altro, seppure al momento dell'esecuzione dell'animo degli spettatori scomparve ogni misericordia, a causa del contegno fermo e determinato della condannata. Tanto più ne fu irritato Cesare. Dopo che quella ebbe perduta la speranza della grazia, chiese infatti di essere uccisa e sepolta al più presto: diceva che sarebbe stata più felice sottoterra, in luoghi tenebrosi, che alla luce del sole e delle stelle durante il regno di Vespasiano”.  (PLUT., Amatorius, xxv, 16)
                                                                                                                              
“È dunque evidente che Vespasiano fu un principe crudele e sanguinario, ma abile a dissimulare la sua crudeltà (…) Inoltre Vespasiano fece uccidere Pisone, proconsole d' Africa, ed ebbe pessimi ministri, tra cui Bebio Massa. Uccise anche Germanico, figlio di Vitellio, innocente, ed Elvidio Prisco – un uomo così onesto, che Nerone lo lasciò andare libero, benché fosse genero di Trasea e sospetto di lesa maestà – solo per aver pronunciato poche parole".[57]

Parole non meno forti ci arrivano dall' autore dell'Elogio quando ci parla degli Antonini dove viene completamente smontata la visione di principi buoni e clementi. Questo è quello che ci narra in merito Cardano ....
 "Ma veniamo agli Antonini, a proposito dei quali è diventata proverbiale la frase: Sii più santo di Antonino, migliore di Traiano, più fortunato di Augusto. Essi ripeterono il comune errore di favorire i senatori e gli ottimati, trascurando i poveri, considerati esseri inferiori (mentre invece gli uomini più famosi per virtù ed erudizione hanno spesso avuto un'umile origine). Entrambi impedirono che venisse ucciso un solo senatore, fino al punto di voler perdonare Cassio che aveva tentato un colpo di stato e muoveva guerra a Marco (Cassio era governatore della Siria sotto Marco Aurelio; nel 175 d.C., si ribellò all' imperatore, ma la sua rivolta fu repressa nel sangue).
 Ne derivò che i Marcomanni e i Germani non furono ricacciati nelle loro province, e questa, alla fine, fu la causa della caduta dell'impero romano.
 Antonino Pio invece non volle giustiziare un senatore omicida. Che bell' esempio! Che idiozia! Di fronte a un delitto tanto grave si limitò a farlo deportare su un'isola, perché potesse rapinare e assassinare impunemente. Inoltre, ai figli dei magistrati condannati per concussione furono restituiti i beni, purché dessero soddisfazione ai provinciali.
Che significato poteva avere una cosa del genere, se non quello di rassicurare i ladri, visto che agli accusati di cui non si era potuta dimostrare la colpevolezza non veniva confiscato nulla, mentre i beni dei colpevoli venivano restituiti ai figli? La cosa peggiore che poteva capitare era di doverli restituire! (…) Che razza di clemenza è quella che consente ai disonesti di spogliare impunemente gli innocenti? (…) Dunque questi principi sono chiamati clementi perché perdonano gli scellerati che sono potenti, ma intanto, con tributi e dazi prosciugano i popoli fino ad annientarli anche nella loro discendenza per la fame, il freddo e la disperazione".[58]
Poi prosegue dicendo:
“Vuoi vedere che questa umanità degli Antonini è tutta una farsa? Non è forse vero che Antonino Pio spese somme enormi per spettacoli di gladiatori, come se quelli che venivano sgozzati non fossero uomini, ma pecore o bestie selvagge (...)? E a Nerone, che al posto di spettacoli di gladiatori, offriva spettacoli teatrali, osano rimproverare la crudeltà!”.[59]
4-     NERONE TRA RIFORME E DECISIONI
Cardano accusa anche le fonti storiche principali, tra le quali, gli "Annali" e le "Storie" di Tacito (n. 55-58 / m. 117-120) e le "Vite dei dodici Cesari" di Svetonio (n. 70 / m. 126).
Nelle pagine di Cardano questi infatti vengono visti come i rappresentanti di una società corrotta, idolatra ed ingiusta. L'autore paragona lo stesso senato a un "latronum collegium". Anche il curatore dell'opera di Cardano, Marco di Branco, afferma che
"il giudizio storico è un'arma nelle mani dei potenti che se ne servono per dare corpo ai loro disegni; così la storiografia romana, diretta espressione dell'ordine senatorio, ha condannato Nerone perché ha visto in lui un oppositore, un pericoloso propugnatore di un progetto politico alternativo a quello degli ottimati. Di questo progetto neroniano deve scomparire ogni memoria e ciò spiega secondo l'autore, l'esclusione degli editti dell'ultimo dei Giulio-Claudii dal Corpus iuris giustinianeo.... ".[60]
Cardano ci dice che Nerone era di nobile stirpe ma che era nato purtroppo "sotto una cattiva stella" tra gli odi del popolo romano e del senato e che fu vittima delle decisioni e delle malvagità commesse dai precedenti principi. Nerone fu ingannato dalla stessa madre Agrippina e dal suo stesso maestro Seneca, definito da Cardano come il più crudele degli uomini, entrambi considerati responsabili di avergli impedito di studiare filosofia.
Parlando delle leggi e delle azioni positive di Nerone, l'autore pavese sottolinea che l'Imperatore aveva cura dell'approvvigionamento di grano per il popolo e che durante il suo impero non si soffrì mai la fame se non nell'ultimo periodo del suo principato (verso il 68 d. C.) periodo in cui si voleva deporlo.  Donò anche allo Stato 60.000.000 di sesterzi all'anno.
Cancellò le tasse del 2,5 % e soppresse l'imposta del 4% sull'acquisto di schiavi. Ordinò inoltre che fossero pubblicate le leggi riguardanti gli appalti delle tasse, che erano state fino ad allora tenute nascoste per poter imbrogliare i contribuenti. Nerone inoltre non accrebbe l'impero con la violenza, come fece Traiano, né con il turpe inganno, come fece Tiberio.
Per quanto riguarda la fase di espansione e di controllo della pace, come dice Cardano, "Nerone non fu inferiore a nessun altro principe". Nerone mosse guerra ai Parti che avevano occupato L'Armenia e questa guerra fu considerata "giusta" dall'autore in quanto i romani stavano subendo una grave minaccia proveniente da un forte nemico esterno. L'Imperatore fu il "restauratore dell'arte militare", arte che era stata trascurata da individui come Claudio, Caligola e Tiberio. Come ci ricorda Cardano, grande estimatore e ricercatore della verità, Nerone onorò sia il patrigno Claudio che la madre Agrippina, benché Seneca, suo mentore, lo avesse esortato in senso contrario, come si evince dagli squallidi versi del suo precettore Seneca contro Claudio.
Nerone, all'inizio del suo principato, affermò che il suo governo avrebbe avuto gli ideali e le forme di quello maestoso di Augusto e non perse occasione di dimostrarlo. Svetonio, sebbene fosse un suo delatore, ci dice anche che abolì le imposte più gravose, fece distribuire al popolo 400 sesterzi a testa e adottò un limite al lusso.
Cardano aggiunge che il sovrano ha voluto affrontare tutti questi argomenti per dimostrare che a Nerone non mancò né il coraggio né l'intelligenza per compiere grandi imprese civiche; fu moderato nel gioco ma venne criticato perché preferiva dedicarsi all'arte canora, musicale, di partecipare con l'auriga alle corse ippiche e allo stesso tempo disprezzava i combattimenti tra gladiatori e tra animali feroci (venationes).
Sebbene gli si rinfacci la ferocia, l'incendio di Roma e la crudeltà nei confronti dei Cristiani, si deve ricordare che l'uccisione di Claudio avvenne per "mano" di Agrippina e per quanto concerne i Cristiani, poi, Nerone non emise alcun editto contro di loro e non ricorse all'autorità imperiale per colpirli mentre altri "ottimi principi", come Traiano ed il filosofo Marco Aurelio, furono molto più intolleranti nei loro confronti. Nerone non era avido di denaro come lo stesso Cardano ci ricorda, a differenza di imperatori come Vespasiano considerato avido.

Dal libro di Cardano, emerge che coloro che, orchestravano il potere, hanno affossato Nerone. Anche Cicerone (I secolo a.C.) è visto in maniera negativa da Cardano per i suoi costumi corrotti e narcisistici. Nerone quindi fu vittima dei suoi predecessori che corruppero la Repubblica prima e l'Impero poi, con il solo intento di far emergere la loro brama di potere ed avidità. E nell'ambito del famoso incendio del luglio del 64 d.C., lo stesso Tacito, più vicino agli eventi narrati dei più tardivi Svetonio e Dione Cassio, fa emergere persino la sua incredulità e dubbio sul fatto che Nerone fosse l'artefice dell'incendio dell'Urbe romana mentre gli altri due sopraccitati lo additano con fermezza come principale responsabile del disastro avvenuto. Pace, benessere e giustizia sono per Cardano le tre fondamentali caratteristiche del governo e del regno di Nerone.













Conclusioni

Abbiamo delineato la figura storica di Nerone. Abbiamo affrontato le fonti storiografiche principali: Tacito, Svetonio, Cassio Dione e i principali tra i detrattori cristiani. Ci siamo quindi avvicinati alla biografia di Gerolamo Cardano e alla sua opera. Dell’opera Neronis Encomium possiamo prendere come chiave di lettura 4 punti principali di Cardano:
·        La persecuzione dei cristiani: Nerone non ha mai perseguitato i cristiani con l’obiettivo fondante dell’odio religioso nei loro confronti, ma rimase piuttosto neutrale, anche se condizionato in alcuni frangenti dai sacerdoti degli idoli che ne erano da sempre accusatori. Questi, infatti, approfittarono dell’evento incendiario per portare l’Imperatore alla loro causa e per orientarlo ad adottare misure persecutorie. 
·        Le guerre: Nerone non ha avuto come scopo primario l’espansione del proprio impero ma se attuò delle guerre, come quella contro i Parti, ciò avvenne per difendere i territori da minacce esterne.
·        Il carattere del principe: Nerone amava il piacere delle arti e si può dedurre che non fosse poi così “tiranno” e peggiore dei suoi predecessori e successori.
·        Le sue decisioni: Nerone, fino all’ultimo periodo di principato, venne sempre in aiuto del suo popolo elargendo donativi anche dopo il tragico incendio.  
Un importante studioso dell’opera di Gerolamo Cardano, Marco Di Branco, ritiene che l’Imperatore rappresentasse una figura carismatica sia nel bene che nel male e che, al pacifismo neroniano, sia collegata la politica anti-aristocratica dello stesso principe.
Aggiunge anche - cosa che a noi in questa sede interessa maggiormente -  che l’opera storiografica e filosofica di Cardano manifesta «(…) una profonda conoscenza del dibattito politico cinquecentesco, e in special modo delle teorie machiavelliane. Ciò è del tutto evidente se si prende in considerazione il Neronis encomium, le cui idee fondamentali presentano notevolissime analogie con il pensiero di Machiavelli: l’Encomium potrebbe anzi essere addirittura definito un elogio del “principe civile con il favore popolare” descritto nel IX capitolo del Principe. Il Nerone di Cardano possiede infatti tutte le caratteristiche di questa figura politica: anch’egli trova la propria fortitudo nel popolo e si adopera per “mantenerselo amico”, abbattendo il potere consolidato dei personaggi eminenti e prendendo in sé il patrocinio della giustizia, dell’equità, dei deboli e degli infelici».[61]


I.                 Bibliografia


Antonelli Luca, Nerone (Autocrazia, Arte e delirio), EdiSES S.r.l., Napoli 2013
Cardano Gerolamo, Elogio di Nerone (A cura di Marco Di Branco), Salerno Editrice S.r.l. Roma, 2008
Champlin Edward, Nerone, Editori Laterza, Roma-Bari 2005
Corsano Antonio, Il Cardano e la storia, in «Giornale critico della filosofia italiana», XLI 1961
Fini Massimo, Nerone Duemila anni di calunnie, Mondadori, Milano 1994
Fontanella Francesca, Storia illustrata di Roma Antica, Giunti Gruppo Editoriale, Firenze 2000
Levi Mario Attilio, Nerone e i suoi tempi - Il vero ritratto di un “princeps”, Rizzoli, Milano, 2001
Pascal Carlo, Storia e leggenda, Fratelli Melita Editori, Genova 1987






















[1] L. Antonelli, Nerone (Autocrazia, Arte e delirio), EdiSES S.r.l., Napoli 2013, p. 2.
[2] L. Antonelli, Nerone (Autocrazia, Arte e delirio), cit., pp.15- 18.
[3] L. Antonelli, Nerone (Autocrazia, Arte e delirio), cit., pp. 29-30.
[4] L. Antonelli, Nerone (Autocrazia, Arte e delirio), cit., p.33
[5] L. Antonelli, Nerone (Autocrazia, Arte e delirio), cit., pp.33-34.
[6] E.Champlin, Nerone, Editori Laterza, p. 96.
[7] E.Champlin, Nerone, cit., p. 187.
[8] M. A. Levi, Nerone e i suoi tempi, Biblioteca Universale Rizzoli, pp. 228-229.
[9] E. Champlin, Nerone, cit., p. 11.
[10] E. Champlin, Nerone, cit., p. 13.

[11] E.Champlin, Nerone, cit., pp. 13-14.
[12] Ivi, p. 38.
[13] E.Champlin, Nerone, cit., pp.42-44-46.
[14]L. Antonelli, Nerone (Autocrazia, Arte e delirio), p.124.
[15] Tacito, Annali (a cura di Lidia Pighetti), Volume II Libro XIII, capitolo 25, Mondadori 2007, p. 187.
[16] Tacito, Annali, Libro XIV capitolo 51, cit., p. 305.
[17] Ivi, capitolo 64, p. 327.
[18] Ivi, Libro XV capitolo 38, p. 377.
[19] Tacito, Annali, Libro XV capitolo 39, cit., pp. 379-381.
[20] Ivi, p. 381.
[21] Tacito, Annali, Libro XV capitolo 44, cit., p. 387.
[22] Ivi, capitolo 45, p. 387.
[23] Tacito, Annali, Libro XV capitolo 58, cit., p. 407.
[24] Ivi, capitolo 74, p. 429.
[25] Svetonio, Vite dei dodici Cesari (a cura di Gianfranco Gaggero), Libro VI capitolo 6, Rusconi Libri 1994, p. 519.
[26] M. A. Levi, Nerone e i suoi tempi, Biblioteca Universale Rizzoli, 2001, p. 259.
[27] Svetonio, Vite dei dodici Cesari, Libro VI capitolo 16, cit., p.530.
[28] Svetonio, Vite dei dodici Cesari, Libro VI capitolo 19, cit., p.534.
[29] Svetonio, Vite dei dodici Cesari, Libro VI capitolo 32, cit., p.548.
[30] Ivi, capitolo 38, pp. 559-560.
[31] M. A. Levi, Nerone e i suoi tempi, cit., p. 265.
[32] M. A. Levi, Nerone e i suoi tempi, cit., p. 266.
[33] C. Dione, Storia Romana, introduzione di Marta Sordi (traduzione di Alessandro Stroppa e note di Alessandro Galimberti), Rizzoli, Milano, 2006, p. 409.
[34] M. A. Levi, Nerone e i suoi tempi, cit., pp. 267-268.
[35] C. Dione, Storia Romana, cit., p. 427.
[36] Ivi, pp. 471-472.
[37] C. Dione, Storia Romana, cit., p. 479.
[38] M. A. Levi, Nerone e i suoi tempi, cit., pp. 273-274.
[39] C. Pascal, Storia e leggenda, Fratelli Melita Editori, 1987, pp. 273-274.
[40] Martirium beati Petri; v. Acta apostolorum apocrypha post CONSTANTINUM TISCHENDORF denuo edid. R. A. Lipsius et MAXIUS BONNET. Pars I, Lipsiae, 1891.
[41] C. Pascal, Storia e leggenda, cit., pp. 285-286.
[42] M. Fini, Nerone Duemila anni di calunnie, Mondadori, p. 6-7.
[43] Enciclopedia Universale Fabbri, vol. III, Fratelli Fabbri Editori, Milano, 1975, p. 394.
[44] A. Corsano, Il Cardano e la storia, in «Giornale critico della filosofia italiana», XLI 1961, pp.499-507, alle pp.500 sgg.
[45] G. Cardano, Elogio di Nerone (A cura di Marco Di Branco), pp. 134-135.
[46] G. Cardano, Elogio di Nerone (A cura di Marco Di Branco), cit., pp. 135-136.
[47] G. Cardano, Elogio di Nerone (A cura di Marco Di Branco), cit., p. 136.
[48] Dante Alighieri, Paradiso XX Canto, Divina Commedia - La salvezza di Rifeo e di Traiano, vv. 79-129.
[49] G. Cardano, Elogio di Nerone (A cura di Marco Di Branco), cit., p. 164.
[50] G. Cardano, Elogio di Nerone (A cura di Marco Di Branco), cit., pp. 164-165.
[51] Ivi, p.166.
[52] G. Cardano, Elogio di Nerone (A cura di Marco Di Branco), cit., pp.172-173.
[53] Ivi, pp.173-174.
[54] G. Cardano, Elogio di Nerone (A cura di Marco Di Branco), cit., pp.174-175.
[55] G. Cardano, Elogio di Nerone (A cura di Marco Di Branco), cit., pp.175-176.

[56] Ivi, p.176.
[57] G. Cardano, Elogio di Nerone (A cura di Marco Di Branco), cit., pp. 177-178.
[58] G. Cardano, Elogio di Nerone (A cura di Marco Di Branco), cit., pp.178-179.
[59] G. Cardano, Elogio di Nerone (A cura di Marco Di Branco), cit., p. 180.
[60] Ivi, p. 11.
[61] G. Cardano, Elogio di Nerone (A cura di Marco Di Branco), cit., pp. 19-20.

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