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giovedì 1 marzo 2018

Descrizione di mio padre Gino da parte di suo genero Alessio


Gino
Era del ’12 e andava per i settanta, in quei tempi.
Aveva roca la voce, perché le corde vocali erano andate a farsi benedire dal bisturi dell’otorinolaringoiatra: che di “Nazionali Semplici”, di “Celestine” , ne aveva fumate, forse, un po’ troppe.
Quando parlava bisognava stare attenti, per capire quello che diceva. Si "inrabbiàva", con Se Stesso, se non si spiegava bene. Un po’ alla volta smise di parlare e, intelligente, nel taschino portava sempre una matita e un blocchetto e, a chi non lo capiva, scriveva sul foglietto.
Aveva sempre il cappello in testa, uno per l’estate, un altro per le stagioni fredde.
Si sentàva in Piassa, davanti al “Bar Puddu e vardàva passare la gente. Lo salutavano tutti e, alle Donne, bonariamente e, quasi ad omaggiarle, sussurrava: “Ciao S-croa (Ciao furba...)”. Se altri, tale epitaffio avessero emesso, ritengo "stramuxùni" o altro sarebbe seguito; ma a Lui ciò era concesso, perché era buono, con tutti e oltremodo simpatico. Una faccia da prendere in giro, la Sua maschera, sempre contento e nel taculìn aveva sempre cinquantamila Lire.
Dei Suoi cinque Figli solo la Prima, la Rita, diceva essere di sicuro Sua (naturalmente sorridendo!). La Seconda era nata in tempo di Guerra ed era bionda e diceva che era di un Tedesco, che ce n’ erano qua, in Paese. Il Terzo era un Tòxo: secondo Lui era del Cappellano. Le ultime due non potevano essere Sue, scherzava, perché, a metà anni cinquanta, non avendo sorà l’acqua di bojo, che era nel caìn e avendosì con quella fatto il bidè… raccontava di “aversi bruxà i attributi” e, in tale contesto era impossibile che, anni dopo avessero di nuovo…. funzionato allo scopo. Scherzava sempre.
Ma tant’è che dal 41 al 62 di Figli ne battezzò cinque e li crebbe bene, scherzando e ridendo, anche quando c’era poco da ridere. Così si fa.
Era nato nel 1912 e di fame e di guerra ne patì ‘bastanza'. 
Della guerra, Grecia e Albania comprese, non parlò Mai. Mai!
(Qualcosa raccontò...con una lacrima ...) Era un Alpino, vero, che sapeva che troppi fatti e circostanze era meglio tacerli e vivere il tempo che passa, tenendo dentro di sè i tanti Morti e Sofferenze passate e le cerimonie e i festeggiamenti lascarli agli altri, che, magari, gnanca un giorno di militare avevano fatto.
Diceva che si era sposato perché sennò avrebbe dovuto pagare la tassa sul celibato e non aveva "s-chei e ‘lora è ‘ndato" trovare la Maria che poi lo ha sposato. A maridàrlo è stato un Parroco che poi è diventato Vescovo, ma quando era qua era solo don Giovanni Mocellini. Era un caldo dì di agosto del 1940. Il compare era il paròn delle pompe funebri. Sul carro funebre Lui è salito tante volte…. Ma sempre par davanti e, assieme al Suo Amico e con il carro funebre, andavano anche a giocare foraccio al bar.
Da Sposato abitò, per alcuni anni, insieme a Suo Fratello Bepi.
Un giorno i Due Fratelli ebbero a discutere della scarsa Quindicina che portavano a casa, dalla Cartiera, dove lavoravano a “rolo”, a Turno. Per fare rabiàre Bepi tirò fuori dalla busta tutta la paga e tenendo in mano le banconote si mise davanti el specio del camaròn e Gli disse: coi i s-chei specià combinemo la Coperativa, la Farmacia e anca el Becàro e i schei al di qua dello specchio i tegnèno n’altri. Bepi era preciso e meticoloso e si è rabiato tanto. Però si volevano molto bene anche la Maria e la Katy.
Un’altra volta Bepi Gli illustrava che la nuova fornèla, che avrebbe comprato al posto del fogolàre, faceva sparagnàre metà legna. Lui gli ha allora detto di averne già ordinate due di stufe… così le legne si sarebebro sparagnàte …. tutte. Bepi si "inrabbiò n’altra volta…".
Quasi tutti avevano ormai messo il campanello elettrico alla porta di casa per suonarlo e farsi aprire. Lui invece, che a tempo perso faceva il pittore: disegnò un campanello e anche il bottone, marrone, dentro il cerchio e sotto, al posto del nome della Famiglia, scrisse: “premere fischiando”.
Quando gli anni passarono, ma Lui comunque restò sempre distinto e bell’uomo, faceva le parole incrociate e se la definizione che trovava, ai vari orizzontali e verticali, non era giusta, ma aveva lo stesso numero di lettere, la metteva lo stesso e poi, in qualche modo compilava comunque tutto il cruciverba: in libera interpretazione. ‘Rivàva sera lo stesso e Lui era contento.
‘Na volta ha fatto la schedina del totocalcio, due colonne. Una partita era Inter-Cagliari: e spiegò: ” Ma vuto che dopo ‘ver fatto cussì tanta strada el Cagliari vaga a Milan per perdere : el sarìa sta casa pitosto; Metti due!”
Un giorno ha detto alla Sua Maria, "cojonàndola" (deridendola), che quando era Giovane Morosa, Gli sarebbe piaciuto “ Magnàrla di baci” e adesso si sente pentito di “non ‘verla magnà”.
Intorno aveva sempre nipoti e nipotine e andò a prenderli all’asilo finchè la salute lo permise. La Sua famiglia, aperta e cordiale, rimase sempre giovane grazie al continuo via vai di parenti e amici: un spettacolo di umanità e disponibilità, un esempio !
L’ultima delle Sue Figlie, andava a trovarla in bicicletta, una Graziella. Aveva male alle gambe e la Bicicletta , in discesa, Lo serviva come un motorìn e, in salita, Gli faceva da bastòn.
Era sempre contento e il Suo sorriso lo mantenne anche in quell’ultimo anno, di estrema sofferenza.
Poi andò lassù, a prendere ancora in giro, Suo Fratello Bepi e a dire:” ciao S-croe” alle Tante Lei che ‘na volta passavano per la Piassa e Gli sorridevano, perché era buono e simpatico!
Lessio da Lugo
7/02/18


sabato 23 agosto 2014

"IL MAESTRO MAINO DI LUGO DI VICENZA" - RACCONTO DI MIO COGNATO ALESSIO RIZZATO


Il Maestro Maino:

ricordi, lontani, di un suo alunno



IL MAESTRO MAINO A DESTRA DELLA FOTO CON LE SUE INSEPARABILI "BRETELLE" ("TIRACCHE" IN DIALETTO VENETO) ASSIEME FORSE AD UN SUO PREDECESSORE SINDACO durante la ricostruzione della Malga di proprietà comunale in località Granezzetta

Alessio scrive:
 
Noi maschi avevamo, in prima, la Signora Maestra Liliana, Moglie di Italo, gentile, buona, forse troppo per noi, un po’ eccessivamente vivaci; l’anno dopo, in seconda, con gli esami a fine anno, il Maestro Marcon di Vallonara, ma anche Lui non ci volle più. Le "Tose" invece hanno avuto la Maestra Isetta Manzardo in Soffini, fino in quinta.



In terza elementare poi, la maestra che avevamo si è ammalata e per molti mesi abbiamo avuto una giovane supplente che veniva da Calvene: si chiamava Mariuccia.



Nessuno aveva messo in riga i vispi fanciulli del ’59: ci pensò, dalla quarta elementare, un altro insegnante.



Mi risulta difficile tenere distinti i due nomi, quello comune di maestro e quello proprio di Maino: per me è una unica entità il “Maestromaino”. Lo ricordo elegante con giacca e camicia bianca con cravatta allargata con il primo bottone della camicia aperto, con occhiali con montatura nera che ancora oggi è di moda, con i capelli tirati indietro come gli attori americani degli anni ’40. Uno dei Suoi quattro figli Gli somiglia moltissimo e a guardarLa mi sovviene immediatamente Suo Papà.



Lui era anche Sindaco di Lugo e quando, di mattina doveva andare via, “per i mestieri del comune”, antesignano dei tempi futuri, inventò il rientro pomeridiano.
Municipio


Nessuna Classe alle elementari rientrava il pomeriggio: noi restavamo a casa il mattino e si andava a scuola il pomeriggio; eravamo contenti perché alla ricreazione il cortile piccolo era solo per noi e giocavamo a "balon".
 
 



Il Mattino l’orario di inizio delle lezioni era, di solito, un po’ dopo gli altri, perché arrivava sempre un impiegato del municipio per fargli firmare “le carte del Comune”.

Questi minuti di ritardo venivano regolarmente recuperati all’ uscita di scuola: quando la Lina (bidella) suonava la campanella tutti andavano a casa, tranne la classe del Maestro Maino.



L’orario subiva ulteriori personalizzazioni individuali a seconda della velocità ed esattezza delle risposte sulle tabelline. Un mio compagno, parecchie volte è arrivato a casa, dopo le 14 e mangiava assieme ai genitori che, a quell’ora, uscivano dal turno in Cartiera.

Anni dopo, ho saputo che Sua Moglie, la Signora Iride, per pranzare, aspettava i due figli più grandi che tornavano dalle loro Scuole di Thiene e quindi non prima delle due. Alla Iride bastava affacciarsi alla porta di casa per vedere la finestra della classe ed era un attimo dire a Suo Marito che era pronto in Tavola. Ecco perché molti di noi andavamo a casa tardi: perché non era pronto da mangiare per il Maestro, ma era molto bello anche così !
"Clara alla finestra"
(pittore Lucio Betto)


Non mi pare che il tempo di risposta per il risultato fosse stato direttamente proporzionale alla rapidità di calcolo mentale necessario: ovvio che “5 X 5” è più facile che “7 X 8”, ma per il Maestro Maino ci voleva la stessa frazione di secondo per rispondere, le tabelline erano assimilabili alle poesie: dovevano essere imparate a memoria come “la donzelletta vien da la campagna in sul calar del sole”. Passava tra i banchi e puntava il dito verso chi doveva rispondere, con un intercalare di posti che non seguivano una logica, ma a “salton” (a caso), e non si sapeva mai se toccava a Te o ad un Altro rispondere alla domanda successiva , così dovevi restare sempre attento: Psicologo il Maestromaino!

Forse ci sarà voluta una riforma scolastica per specializzare la maestra di matematica e la maestra di italiano, per evitare di "smissiare" (mescolare) le due materie, come invece faceva il Maestro Maino: però le tabelline noi le abbiamo imparate bene e anche le poesie, e le ricordiamo anche adesso.



Quando, in quinta, ci avvicinò alla fisica andava a prendere dal sottoscala gli oggetti per gli esperimenti. Uno in particolare doveva spiegarci che i metalli, se riscaldati, aumentano il volume e allo scopo c’era una sfera, attaccata ad una catenella che il Maestro riscaldava con una candela: da fredda la sfera passava per un cerchio di metallo, poi da calda non passava più. Prima di spegnere la candela, la usava per accendersi una sigaretta.



La geografia era una materia che necessitava di appositi strumenti ingombranti e il Maestro Maino andava a prendere dei rotoli tipo carta da parati e posato il palo di sostegno sulla parte superiore della lavagna lo lasciava cadere e appariva la carta geografica dell’Italia con l’ evidenza colorata delle 20 regioni. Bella, mi disse il mio compagno di banco, peccato che non ci sta l’Europa sulla lavagna, perché se già l’Italia la riempie tutta è logico che l’Europa non ci sta. E’ logico pensai anch’io.

Un giorno poi il Maestro ci spiegò che le “scale“ non servono solo per salire al piano di sopra, ma anche per rimpicciolire la realtà, anche la carta geografica dell’Europa che, infatti, ci stava sulla lavagna come quella dell’Italia, solo un po’ più piccola e quasi quasi “San Marino “ non si riusciva a vedere.



Non aveva preferenze, il Maestro Maino, era diplomatico e scherzoso, ma anche serio, sapeva interpretare le situazioni e agire di conseguenza, ma una volta utilizzo il più bravo della classe per fare capire ad un altro, meno bravo, l’importanza degli accenti.

L’Altro scrisse alla lavagna " citta " e il Maestro gli chiese di leggere: Lesse CITTA’. A Luca chiese allora di rileggere. Luca lesse " citta ". Si andò avanti così per dieci minuti. Alla fine anche l’Altro capì, ma prima il maestro gli disse: ma perché non stai attento, cosa guardi sempre, il ragnetto che esce dal buco ?



Se finiva le sigarette, il Maestro chiamava Renato, alunno che era anche Suo Nipote e gli diceva di andare da Ambrosini (tabaccheria) a comperare le “Caramelle”. Non usava il termine sigarette: quelle facevano male!



Spesso il sabato si sentiva bussare la porta della classe e entrava Don Antonio che chiedeva se per caso qualche ragazzo poteva andare con Lui in chiesa per fare il chierichetto a un matrimonio: sempre concessi i permessi ai  " mòcoli " (o chierichetti), ma solo a quelli bravi a scuola… non ci sono andato tante volte.

"Chierichetto con candela"
(pittore Gaetano Oltolina)

Aveva un bel vestito blu, il Maestro Maino, anche la sua “Fiat millecento R” era blu: il colore dei diplomatici.



E’ stata una persona molto importante per il Paese di Lugo, per molti decenni. Se ne andò troppo presto, in un giorno di Maggio del 1980 e prima che la Chiesa, si gremì la Piazza, di gente, commossa, davvero.



Grazie Sig. Maestro "Toni" Maino. Credo che ci sarebbe ancora bisogno di persone come Lei, non solo nella Scuola.



Chiedo scusa a Sergio, Marina, Anna e Giorgio (figli del Maestro) se mi sono permesso i ricordi di un bambino di quegli anni sessanta.




Post scriptum:


ho incontrato il Figlio Sergio questa sera, nel suo studio dentistico, e mentre non potevo parlare perchè mi stava visitando, mi ha detto che mi sono dimenticato qualche cosa di fondamentale nella descrizione della figura del Maestro Maino.

L'averci pensato nel mentre mi curava, mi ha anche giovato: non ho sentito nulla.
 
Del Padre, Sergio, ha sicuramente ereditato la splendida, trasparente e fluida ironia:
alla fine del suo lavoro, quando ho potuto parlare Gli ho detto cosa mi son dimenticato:
 

"Le bretelle”

Il Maestro Maino usava le " Tiracche": come ho potuto non ricordare prima!

Grazie Sergio, anche per avermi ricordato il presente indicativo del verbo andare. Altro motivo di ritardo in uscita di scuola: io ando, tu andi egli anda… 


 

Lugo, 17.02.2014 -- 25/02/2014 il Post scriptum



 

(ALESSIO RIZZATO)


 

( ....ANCH'IO RICORDO L'ANEDDOTO DEL VERBO "ANDARE" PERCHE' E' STATO FAMOSO E DIVULGATO ANCHE  TRA GLI ALTRI  SCOLARI E SCOLARE;
IL MAESTRO MAINO AVREBBE DETTO : 
 ....E TU..... "ANDI" FUORI DALLA PORTA !!!!!!......... AD UN SUO ALLIEVO CHE SBAGLIO', PROPRIO COME RICORDAVA SUO FIGLIO SERGIO, IL "VERBO INDICATIVO ANDARE"  FACENDOGLI CENNO CON IL DITO DI USCIRE ....)


sabato 1 marzo 2014

RACCONTO VERO ORIGINALISSIMO "IL MOCOLO O CHIERICHETTO" DI MIO COGNATO ALESSIO RIZZATO...RICORDO ANCH'IO QUESTI MOMENTI DI VITA A LUGO DI VICENZA


Il M o c o l o (IL CHIERICHETTO)
 



Gimo avrà avuto 20 anni , insegnava “teoria e pratica” ai prossimi “Mocoli” di Lugo.



Alla lezione del giorno prima non ero riuscito a dire bene “cristeeleison” e volevo ritirarmi dal corso, troppo impegnativo, anche se avevo già sei anni.



Gimo si sedette con me sulla panca e non so che cosa mi abbia detto, ma lo seguii in patronato, dove, tenendomi per mano, mi riportò.



A inizio ottobre ufficialmente cominciai, alla festa del Rosario, la mia carriera di Mocolo.

Inizialmente non avevo nessun incarico: solo sedermi ordinato con le mani sopra le ginocchia, come faceva Don Antonio. Sulle balaustre dovevo: alzarmi con le mani giunte e, quando suonava il campanello, inginocchiarmi. Da questa ultima posizione non vedevo nulla perché la balaustra di legno era più alta dei miei occhi, ma tanto bisognava lo stesso abbassare la testa quando si sentiva “hoc est enim corpus meus”, o qualche cosa di simile. Dopo un po’ il campanello suonava tre volte e allora si poteva alzare la testa e solo allora restavo fregato perché vedevo solo il legno e i libretti in latin che erano lì riposti. In un libretto era scritto : “Lodi, vesperi e compieta e mi pare anche mattutini”. Io pensano che compieta fosse una parola sbagliata e il titolo giusto doveva essere “completa lodi e vesperi”. Ma non l’ho mai detto a nessuno.



Gimo ci aveva insegnato bene . Lui poi andò a studiare da Prete a Padova. Gimo aveva i capelli rossi, era alto e aveva gli occhi che parlavano da soli. Era buono Gimo . Quando ritornava a Lugo Lo rincorrevo sempre, nel piazzale della Chiesa, per salutarlo. Gimo Maino , anche oggi vado a trovarlo e la Sua foto ha gli stessi occhi: che parlano e sorridono.





Servire Messa non era cosa semplice,all’inizio. Intanto bisognava decidere chi serve da Primo e chi da Secondo. Le regole erano di due Tipi: la prima, più democratica: chi arrivava prima in sacrestia; la seconda più realistica: il mocolo più vecchio. Poi eventualmente, se non c’era accordo decideva Don Antonio Pasin. No, Don Eugenio no, Lui non si occupava dei dettagli logistici dei Mocoli: era Arciprete, si vedeva anche dal Cappello a Tre punte con al centro un fiocco di colore tra il rosso e il viola.

Il Mocolo che serviva da primo aveva gli incarichi più prestigiosi e soprattutto suonava il campanello quando il prete metteva le due mani, con le braccia tese, sopra il calice e la particola: lì bisognava stare attenti e non valeva niente ricordarsi le parole delle preghiere , perché, quasi a fare apposta cambiavano sempre: c’erano messe in cui le mani venivano poste quasi subito sopra il calice e altre dove si doveva stare attenti anche cinque minuti prima di suonare il campanello. Forse dipendeva dal prete: se aveva poco o tanto tempo, pensavo io, per finire la messa e dire “itemissaest”.



Se Don Antonio ti chiedeva di andare, tutte le mattine, dal lunedì al sabato, a “messaprima”, era come un ingaggio. Il sabato, l’ultimo giorno, tirava fuori “dalle sue tasche” un pezzo da 500 lire, d’argento : era la paga del mocolo per aver servito, da primo e da secondo, perché eri da solo, una settimana alla messaprima, alle sei e mezza di mattino. Di solito Don Antonio chiamava sempre Marieto Lievore, che abitava al Sioggio. Dopo Marieto è andato ad abitare verso Treviso e allora anche io ho servito messa prima.



Cosa molto più impegnativa erano le “Funsion” che la domenica pomeriggio alla presenza di tanti mocoli e poca gente, Don Eugenio teneva con medioevale solennità.

“Tantumergosacramento” era la parte iniziale e solistica del Dal Santo: poi una esplosione di voci bianche dei mocoli e di vecchie Signore proseguiva il canto.

Conveniva andare alle funsion, perché potevi essere scelto per portare la candela, ma non era molto prestigioso, oppure la navicella, meglio ancora se portavi “ el fogo” o turibolo. Se facevi il cerimoniere era il massimo perché oltre a togliere la navicella all’altro mocolo e porgerla all’arciprete che, con un bel guciareto, che spuntava fuori da una delle due ali della navicella, metteva uno, massimo due volte un po’ di incenso nel turibolo par infumentare tutto, ma il profumo era buono, quando il fumo si era disperso,per il cerimoniere il compito che rimaneva da svolgere era oltremodo difficile. L’arciprete prendeva il Santissimo per la benedizione, ma prima il cerimoniere andava sulla balaustra dove il Sacrestan, Joani, aveva ben posizionato uno strano indumento , a prima vista un grande rettangolo lungo e stretto di stoffa finemente ricamata ed intarsiata di rilievi in filo dorato. Quell’indumento, di cui mi sfugge il corretto nome, bisognava metterlo a Don Eugenio, con precisione, al primo colpo, tra la coppa e l’inizio della cerega. Don Eugenio non faceva niente e non andava avanti con la benedixion, se quella operazione non fosse perfetta. Talvolta si girava verso il Cerimoniere e lo guardava con occhi che incutevano “divinterrore”. Io ho fatto poche volte il cerimoniere anche perché avevo una bella voce e Don Eugenio mi portava a fianco a Lui su uno scagno a cantare i salmi. Era fortunato chi dietro aveva il paterno sostegno di Don Antonio: con Lui era difficile sbagliare nota e parole.



Particolare attenzione si verificava fuori dalla scena ufficiale del presbiterio, in sacrestia, per accendere il turibolo. Avvolte in carta, come quella che ancora oggi si adopera per fare i cilindretti delle monete delle offerte, c’erano delle “rotelle“ di carbone. Se non era presente Giovanni, il sacrestano, ne prendevamo una intera, sennò solo mezza. Con un cerino si appiccava il fuoco alla carbonella che faceva solo belle scintille. La rotellina si metteva dentro al turibolo dove c’era vera carbonella di rametti di legna e a forza di roteare (e da questa operazione si capiva la vera professionalità del mocolo), si accendeva tutto e si era pronti perché Don Eugenio ci mettesse l’incenso e infumentasse la chiesa.

Dopo le funsion il vantaggio era evidente: si andava al cinema in patronato senza pagare il biglietto. A dire il vero Don Valentino, qualche sospetto lo aveva; non tutti i mocoli che entravano al cinema erano stati alle funsion. Nessuno però ha mai fatto la spia, tanto prima o dopo capitava a tutti: una vera solidarietà della categoria dei Mocoli.



IL Maestro Maino era sicuramente connivente con Don Antonio: il sabato mattina c’erano i matrimoni: la tredicesima del mocolo !

Verso le nove e mezza, spesso, si sentiva bussare la porta della classe e entrava Don Antonio, chiedeva se per caso io o qualche altro compagno di classe, Gianpietro, Luca,

Luciano, ma quasi mai Renato ( perché , sebbene anche Lui mocolo, aveva già un altro compito: andare da Ambrosini a comperare le sigarette per suo Zio Maestro) potevamo uscire da scuola e andare a fare il mocolo ai matrimoni: Minimo, ma dico minimo , i compari ci davano una carta da mille!



Don Antonio ogni fine anno ci portava in gita: aveva una ottoecinquanta special, ci teneva a dire che era 900 di cilindrata, era bianca: salivamo in otto. Ad accompagnarlo, con una millecento, spesso c’era anche Luigi Peltran. La gita che ancora ricordo in assoluto tra le più belle : le torri del Vajolet.. e le Tre Cime di Lavaredo, in questa ultima occasione mi pare che un accompagnatore fosse stato un futuro sindaco di Lugo.

Questo faceva senz’altro parte della categoria dei lettori: Ricordo che sul presbiterio, Gianpietro , Augusto, ma specialmente il Sig. Silverio, non solo con trasporto, leggevano le letture, ma, con delicatezza, accompagnavano con parole loro l’avanzare delle fasi della Messa.



D’estate liberi da scolastici elementari impegni, il mercoledì, chi poteva, andava all’asilo dove dietro la saracinesca al primo piano, c’era un bell’altare, che si vedeva sia dalla sala, che dall’ aula davanti. Messa per le suore, ma dopo… sulla piccola terrazza fuori dall’ abitazione delle suore, la Serappia e la Teresilia con la Superiora (Palmira ?) ci preparavano la cioccolata calda, con i ritagli delle particole: mai mangiato niente di più buono.

Suor Teresilia, per un bellissimo gioco del destino, l’ho reincontrata alla casa Madre di Verona delle Sorelle della Misericordia, dove era ricoverata anche una mia zia Suora che andavo a trovare: Suor Tersilia, piccola, piccola, era nella camera a fianco di mia Zia. Saputo che gente di Lugo erano venuti a trovare Suor Guidalma Rizzato, venne verso di me mi chiese notizie di non so più quante persone di Lugo. La strinsi forte a me e, senza che se ne accorgesse, piansi tanto : di una gioia ancora di bimbo.



Alessio Rizzato

Lugo, 20. gennaio 2014 – Mattino e pomeriggio fino ore 15,15